Articoli con tag: rabbia

Guardami negli occhi.

Panic Attack – Dream Theater

Una ragazza accovacciata sul selciato. Una ragazza accovacciata sul selciato urla. Urla così forte che non si sente null’altro intorno. Ogni cosa smette di produrre il proprio suono, si copre di quelle grida. Voglio fermarla, voglio farla stare zitta!

C’è una ragazza che grida accovacciata sul selciato di una piazzetta di una città qualunque.
Quella ragazza sono io. E voglio smettere di gridare.

Non sono io. [Non posso essere io. Io non mi comporto così.]
Non sono io in mezzo alle piume di piccione, ai passanti che attoniti mi guardano. Non sono io che sento le mie dita nei miei capelli: li vorrei stracciare via tutti, vorrei conficcarmi le unghie nella carne sino a farla sanguinare, vorrei farmi male sino a smettere di urlare. Mi dico di stare zitta, ma l’involucro di carne che mi contiene se ne sta immobile per terra, emmettendo gemiti che spaventano.
Non sono ferita.
Non mi stanno facendo del male.
Sento ogni parte del mio corpo sbriciolarsi sotto un peso che viene da dentro. Sto implodendo.
Vorrei lasciarmi li, fingere di non conoscermi, di non appartenermi. Vorrei lasciare li quella cosa rotta che urla e non riesce a smettere, vorrei lasciare lì quel contenitore spaventato a morte che ha il mio volto, vorrei essere oggetto perduto distrattamente per strada.
Non posso essere io.
Non VOGLIO essere io.

Ed ora ho solo rabbia dentro, una rabbia che non rieco a frenare.
Sono perfetta quando dico sempre di si, quando sono li a raccogliere i cocci di tutti – che siete così fottutamente bravi a rompervi con le vostre stesse mani. Li pronta a consolare cuori infranti, a fare da genitore, a cercare di limitare sempre i danni per gli altri, a pensare di non ferire sentimenti, di non lasciare impronte, di non sporcare in giro.
Silenziosa.
Invisibile.
Compare all’occorrenza.
Essere li a farvi contenti e a preoccuparmi che la mia presenza non nuoccia gravemente alla salute.
Ma sapete cosa? IO VOGLIO.ESIGO.
Voglio non mangiare carne senza sentirmi sputare sentenze in faccia senza nessuna cognizione di causa; voglio alzarmi quando cazzo mi pare, voglio che quello che faccio abbia un valore e che quel valore SIA RICONOSCIUTO. Voglio che i vostri cazzo di sentimenti siano feriti, voglio che voi vi mettiate da parte PER ME! PER FAR FELICE ME e solo ME.
E per un fottutissimo istante non me ne fregarà un cazzo delle vostre vite, dei vostri problemi, di quel cazzo che volete voi, di quel cazzo di sorrisino di merda che mi prodigo tanto per farvi venire su quella faccia irriconoscente. Non me ne frega una beata minchia di farvi sentire speciali, di pensare mesi prima al vostro regalo di compleanno quando non avete nemmeno la briga di scrivermi auguri per il mio.
Voglio che appreziate quello in cui credo, voglio che ascoltiate la mia voce e non l’eco della vostra mentre parlate con me, voglio che per una piccolo invisibile momento mettiate da parte quell’importantissimo sacco di merda che siete e mi guardiate: voglio che guardiate il casino che uno per uno avete fatto con le corde del mio animo e del mio cuore.
Ditemi che sono brava come si fa con le bambine che hanno fatto un bel disegno, ditemi che senza di me la vostra vita sarebbe un po’ più vuota, ditemi che una stracazzutissima volta sceglierete me e solo me, ditemi che le risate fatte con me hanno un sapore migliore, ditemi che non vomiterete su ciò che per me vale solo perchè siete d’altra opinione, chidetemi come cazzo sto, ogni tanto, perchè non mi sembra nemmeno più di stare ultimamente.
Volete, volete e volete. I miei immani e atavici sensi di colpa mi costringono sempre a mettermi da parte, a curare le vostre ferite e ad accarezzare il vostro ego insicuro. Perchè quando uno scivola e cade io voglio essere quella che gli tende la mano e lo aiuta ad alzarsi, ma ogni tanto, molto egoisticamente, vorrei che qualcuno facesse altrettanto invece di ignorarmi o di sputarmi la sua vita addosso senza alcun ritengo.
Ogni tanto smettete di guardarvi allo specchio, voltate lo sguardo e ammirate chi avete accanto.

immagine da internet

[E forse un giorno questa lettera verrà urlata in faccia alle persone che lo meritano]

V.

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Certe cose si trovano solo nel fango.

Sembrava quasi di poterla toccare,l’acqua. Nel buio. Quel rumore di natura che trova il suo corso senza chiedere ‘permesso’,senza chiedere ‘Scusa’.

Si,ho avuto paura.
Si,ho cercato di mettere in uno zaino poche cose, cose ‘di necessità’ senza riuscire a prendere mezzo oggetto in mano.
Si,ero preoccupata per A.
Si,ho visto la città da cui tanto voglio fuggire in ginocchio.
Si,ho visto le strade allagate a 200m da casa.
Si,mi sono stupita quando chi,da lontano,mi ha chiesto se fossi ancora viva.

Ho lasciato a casa l’eyeliner,ho tolto lo smalto,infilato stivali di gomma e messo le mani nel fango.
E sapete cosa ho trovato? Altre mani.
Mani che non mi sarei mai aspettata di trovare,MAI.
Ho riso con gente sconosciuta mentre con l’acqua quasi alle ginocchia abbiamo svuotato cantine.
Abbiamo buttato via ricordi.
C’erano sorrisi.
I militari e il loro buon umore. Pane e salame per tutti. Gli anziani che ti guardano con quel velo d’orgoglio negli occhi mentre passi per strada completamente-e quando dico completamente intendo che il fango ha trapassato i vestiti-sporca dalla testa ai peidi.
[“Ti aiuto” “No faccio da sola”; “Hai fogonata la scuola per venire ad aiutarci?” “Ahahah!Non vado al liceo da un pezzo!”; “Cosa ti dirà tua madre quando ti vedrà conciata così?” ]

Si è altruisti in primis per appagare sè stessi. E poi per farsi dei selfi,che puntuali hanno invaso la rete. ‘Vieni a spalare e avrai i tuoi 15 minuti di fama’. E sta volta non scatterà il pippone anti-mondo,anti-gioventù,anti-tutto. No. Perchè i selfi hanno portato sempre più mani (che si sono riempite di vesciche a forza di spalare),sempre più muscoli ( logarati dai pesi che hanno dovuto trasportare, sempre più schiene ( doloranti come non mai).

Nel fango ho trovato per la prima volta la mia città.

V.

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Resto mancia.

Non dare mai tutto te stesso. Potresti non riaverti più indietro.

 

V.

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Polly.

Polly si veste di mediocrità. Ha banali occhi castani, un sorriso affabile, ma senza pretese; un viso grazioso che non lascia traccia nella memoria di chi la incontra. Polly di straordinario ha solo l’uomo, il suo uomo.

Polly dice:
Baciami

Polly ama il suo uomo, Polly mette vestiti carini per lui, cucina i suoi piatti preferiti ogni sera. Polly racconta alle amiche quanto il suo uomo la ami.

Polly dice:
Lui torna sempre a casa da me,alla fine.

Polly è triste. Polly è triste e nessuno lo sa,nessuno lo vede. Il suo uomo non la bacia più, il suo uomo non le parla più, il suo uomo è solo un corpo che si aggira per casa attento a non sfiorarla,a non guardarla,a non farla sentire viva.

Polly dice:
Ridammi forma con il tuo sguardo,consistenza con il tuo tocco,sensazioni con le tue parole.

L’uomo di Polly esce di casa. Questa sera non torna da lei, alla fine.

Polly dice:
Ti ho tradito.

Polly mente. Polly vede la mano del suo uomo stagliarsi sul suo viso. Attende ansiosa l’impatto. La guancia brucia,ma non importa:rimane così più a lungo l’impronta di quella carezza.

Polly dice:
Grazie.

Polly ha imparato ad urlare,a lanciare piatti,sputare insulti, a non cucinare, a rompere le cose. Polly ha imparato a raccontarsi tante verità. Polly si annoia. Polly recita. Polly sa come farsi amare.

Polly dice:
Le cinque dita che stritolano il mio polso imprimono il tuo desiderio di me sulla pelle. Segni scuri che marchiano ciò che è tuo. Le nocche lacerano il mio labbro, sono baci lievi:è la mia bocca troppo fragile per il tuo amore. Nel sangue che cola sul mio corpo,impregnandomi i vestiti,leggo tutte le parole che non dici,che aspetto. Soffoca le mie debolezze con i pugni:diventeranno la mia forza. I tuoi calci strumenti per aggiustare le mie imperfezioni,le ossa che sento rompersi le mie promesse di cambiamento.
Aiutami a compiacerti. Ti amo, non mi spezzerò.

Polly.
Polly era.

Immagine dalla rete

Polly-Nirvana

V.

 

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About a Girl.

Oggi è una di quelle giornate che non esistono davvero,che finiranno disciolte nell’acido delle memoria ed è meglio così. Ho ascoltato la stessa canzone 121 volte in loop-dico davvero-e i miei sentimenti al riguardo sono ancora contrastanti. La sola cosa a cui riesco a pensare è che era il 1994 e io avevo compiuto,da poco, 5 anni. A 5 anni non si capisce ancora in che razza di casino i tuoi genitori ti abbiano messo,a cinque anni non si capisce un cazzo. Dico solo che avresti potuto aspettare. Avresti potuto aspettare.
Il linguaggio umano è estremamente complesso,più di ogni altro linguaggio animale. L’incomprensione è prerogativa esclusiva della nostra razza,non è ironico?Abbiamo addirittura libri che spiegano il significato di ciascuna parola,il fraintendimento non dovrebbe essere nemmeno contemplato. Eppure la frase che ho più sentito nella vita è stata:”Non ti capisco”. Mh. L’analfabetismo emotivo è un problema reale e dilagante,per questo sono nati i social network. Placebo. Amo i placebo,sono l’emblema di quanto la nostra mente sia stupida. E di quanto,in realtà,basti poco per stare bene.Ma sto divagando. Dicevo,l’incomprensione. Da qualche parte dovrei avere un libretto d’istruzioni,ma se anche lo trovassi non lo consegnerei a nessuno. Diventerei banale. La banalità è qualcosa che mi deprime in maniera mostruosa. Vorrei poter dire a qualcuno:”Andiamo a camminare scalzi al teatro Farnese,che il legno sotto i piedi mi ricorda tempi in cui,stranamente,mi sentivo accettata senza condizioni?” E poi vorrei andare a Bogotà, “A farti ammazzare”,mi rispondono sempre. Di qualche cosa bisogna pur morire,no? Sto divagando ancora. Oggi mi hanno chiesto se sono maggiorenne,è stata una donna a domandarmelo quindi credo all’innocenza della domanda. A 18 anni facevo la zoccola,anzi no,svestivo i panni di questo ruolo tanto divertente quanto faticoso. A 18 anni credevo che finito il liceo le cose sarebbero cambiate,che avrei cessato di essere me. In realtà è andata proprio così,ma in senso negativo. La sola cosa,tra le tante,che non riuscirò mai davvero a digerire è il non aver potuto studiare in una città diversa da quella dove sono nata e cresciuta. Ho fatto tutto per bene,ho dato il massimo escludendo tutto il resto,ho avuto il massimo dei risultati,ma non me l’hanno permesso. Non ho mai capito perchè,non sino in fondo. Bisogna far parte del sistema per poterlo combattere-scriveva o cantava qualcuno- ma la verità è che finisci per essere divorato. Il 1984 è ora. Allora ho iniziato a camminare con la testa bassa,con lo sguardo sempre puntato sui miei piedi tentando di evitare tutti gli ostacoli,senza guardare dove stavo andando.
A 18 anni ho smesso di ascoltare certe canzoni e ho messo bei vestiti. È agghiacciante la facilità con cui riesco a confondermi tra la gente, ora.
Sono disordinata ed incostante nei miei travestimenti,lascio indizi ovunque. Sono tutti pigri,però. La scelta è sempre degli altri,non si può obbligare nessuno.
Quando si tenta di divagare,si arriva sempre al punto. Divagherei tutta la vita. Con te.
Adoro i segnalibri,li perdo puntualmente. In un mese sono riuscita a farne sparire,non so come,due o tre. Per me tutto ha un significato. Mi trovo a disagio quando un padre abbraccia una figlia,in un film. Odio spigare l’ovvio,anche se questo,con me,sembra tanto difficile da vedere. Ieri,solo ieri,ho capito cosa manca,cosa è sempre mancato. Sono state parole scritte un po’ a caso,senza pensarci troppo,ma hanno dato concretezza a qualcosa che avevo solo intuito. Questa epifania non porterà a nulla,perchè tanto sarebbe troppo dispendioso -emotivamente- ed io mi attacco,come al solito,allo status quo. Almeno lo conosco,almeno lo so gestire.
Questa notte credo di aver sognato F.,chissà che fine ha fatto. Era grasso,nel sogno,ma aveva ancora tutti i capelli. Quando mi scrivevano canzoni le ignoravo,ora ne vorrei una. Tutta per me. Gli specchi non bastano più.

V.

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Vaffanculo.

Mi sono spesso chiesta cosa spinga le persone a sceglierne altre,ad etichettarle come ‘speciali’ e a tenersele accanto. A qualunque costo.
Perchè dire “Vaffanculo” è molto più semplice che dire “Parliamone”,perchè le parole hanno un costo e quasi mai è commisurato alle nostre possibilità emotive.
Vaffanculo è una sola parola. Una. Netta. Non si torna indietro e nemmeno si vuole. Io ne ho detti tanti,senza mai pentirmene. Per me parlare ha un prezzo esorbitante:se ti regalo un pezzo di me e tu ti ne vai,come faccio? Ti darò tutto quello che vuoi,ma non le mie parole. Mie mie mie.

Il problema nasce quando la mia lingua sta per articolare l’insulto,ma la mia testa la ferma.È li che capisco di essere fottuta. Si,perchè l’affetto è una fregatura,ti mette in una posizione di svantaggio.
L’affetto brama affetto.
Ti puoi allenare quanto vuoi a fare la stronza,ma ci sarà sempre qualcuno più allenato di te. E ti batterà. Sta pur certo che quella persona avrà tutto il bene di cui sei capace.

Il duplice significato di affetto non è casuale: sentimento,contagio. C’è differenza?

“Mamma,mamma guarda come sono brava!Mamma guardami,guardami!”,ma la sua attenzione è sempre rivolta altrove. Migliorerai,migliorerai ancora e ancora sino a quando non vedrai quello sguardo di approvazione nei suoi occhi. Una bambina in cerca di attenzioni,ecco cosa diventa chi si concede il lusso di voler bene a qualcuno.

Il “Vaffanculo” ogni tanto riaffiora,ma si posa sulle labbra.Non diviene suono.
Non vedi l’errore.
Non vedi il difetto.
Non vedi le motivazioni.
E comunque resti li. E continui a volerle bene,a quella fottuta persona.

V.

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Vuoto chimico.

Il freddo graffia la pelle,ma non mi importa. Alzo lo sguardo verso il cielo e nuvole nere affogano nei miei occhi,poco più in là qualche raggio di sole cerca di farsi largo. Corro. Un piede davanti all’altro,con decisione. Il parco-immenso-è vuoto:solo io,il mio respiro,la tensione dei muscoli in contrazione. È una strada che conosco,che so dove mi porta,che mi ricorda di me stessa. Ora,alla mia destra,c’è il teatro,quel teatro che mi ha vista indossare maschere per gioco e non per necessità. Mi piaceva sentire il freddo del palco sotto i piedi nudi,i bisbigli del pubblico nel buio della sala,le luci accecanti dei fari. Vincevo le miei paure,vincevo me stessa.

Le scarpe da ginnastica vanno veloci,calpestano le foglie morte che ricoprono tutto,il teatro è già lontano,le nuvole si fanno sempre più vicine,come quell’angolo di parco che senti soffocante,ma non sai perchè. Ma prima, nascosto dai cespugli, c’è il tempietto diroccato dove hai lasciato tanti baci. Quanti baci si danno in una vita? Mai abbastanza. Che sono più di due labbra che si mordono e salive che si mischiano,sono un ‘grazie’,un ‘scusa’,un ‘ti amerò per sempre o per due minuti’. Una volta mi hanno detto che un bacio non si rifiuta,mai. E allora io che ho fatto?

E mi viene da sorridere ripensando a quella scena,ma il gelo entra nella mia bocca,nei polmoni ed il respiro quasi si congela in gola. Sento i muscoli tendersi e il corpo gridare ‘Basta!’,ma non mi fermo. Arrivo all’angolo buio. E li ci sono stata tanto tempo -nella vita- ad impacchettare emozioni,piegandole e stirandole con cura,per poi riporle in graziose scatole colorate. Penso a quanto mi piaccia il controllo,l’ordine. Penso al vuoto,quello chimico di cui ho avuto bisogno per gestire tutte quelle cose semplici,che per me erano difficilissime. Vuoto. Vuoto. Vuoto. E a volte mi manca.

C’è una luce strana,pallida che accarezza i colori autunnali di cui prima non mi ero nemmeno accorta. Vedo il mio fiato caldo colorarsi nel freddo. Sono quasi arrivata,manca solo il viale-quello lungo-quello che mi piace perchè ci sono i giochi per i bambini,gli stessi di quando ero abbastanza piccola da poterci salire. Mi ci portava mia madre,saliva addirittura sul trenino con me: un viaggio-di tre minuti-che mi sembrava eterno ed io non volevo stare così tanto tempo lontana da lei,passare nella galleria buia senza qualcuno accanto. Li dentro non riuscivo a vedere niente,il mondo fuori. Mia madre. Era come essere nel vuoto. E lo odiavo. Ironico.

Passo distrattamente davanti al caffè letterario,dove ho speso tanto tempo a farmi domande e bere caffè.

Sembra passata una vita,ma in realtà è stata solo una breve corsa.

 

V.

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Versus.

Siamo ancora qui, io e te.

-Come sempre e per sempre.

Con quei capelli e quel maglione sembri una bambina

-E invece gli anni passano. Ora mi chiamano adulta. Dicono che ho delle responsabilità,non si capisce se verso me stessa o verso di loro.

-Fa differenza?

-Fa sempre differenza. Prima o poi si deve scegliere,per qualunque cosa. Il limbo non ha mai fatto bene a nessuno.

-S’ingrassa

-E si ingrassano i pensieri

-E poi si va a correre…

-Passo dopo passo,sempre più veloce. Ma manca la meta,si gira intorno

-O forse sai dove vuoi andare,ma i chilometri sono troppi. Per le gambe e per i pensieri.

-Sembro una bambina. Devo truccarmi di più!

Deve sciacquare via tutto!

-E cosa rimarrebbe?

Tu?

-Io sono rimasta in quella maglia enorme dei Nirvana,nelle all star bucate e in tutta quella carta impregnata d’inchistro,lasciata ormai a prender polvere. Io non ci sono più. Io sono diventata grande.

Ti ricordi quando grande la volevi diventare?

-Si vuole sempre ciò che non si può avere,senza badare a quello che si può stringere tra le mani

L’inconsistenza affascina perchè la puoi plasmare come vuoi. E a te,i confini,non piacciono

-Cristo. Mi sembro uno di quei personaggi di Dostoevskij che vivono nella loro testa!

Ahahhah tesoro mio,nessuno scriverebbe mai di te!

-Oh se scrivessero di me! Con certe parole non c’è ritorno. Si è dannati,spogliati,annusati,guardati,sfiorati,picchiati,sedotti,abbandonati,prosciugati,legati,segnati…con certe parole. Per sempre.

-Come con le persone…

-Non c’è ritorno con certe parole.

Le incroci-certe persone-ed è come una collisione. Per sempre. Che ci sono quelle che ti ricostruiscono,pezzo per pezzo,con minuziosa perizia

-E quelle che di pezzi se ne sono portati via. O forse li hai regalati e nemmeno te ne ricordi.

Quelle che ti entrano sotto pelle senza che nemmeno te ne accorga. E le vorresti li.

-Sotto pelle

Sperando che non te la lacerino

-O non ti lacerino il cuore

Ma tanto sei grande,la pelle è resistente. E piena di rughe!

-Ma se i muri cadono…

Non si è più sicuri di niente

-Che vuoi?

E tu cosa vuoi?

-Io lo so. Ma faccio finta di non saperlo.        

Finta. Come il colore delle tue labbra,della tua pelle. Ma tanto sotto il trucco – e basta poco per toglierlo-ci sei sempre tu. E sarebbe semplice,semplice come sganciare quella cerniera che tiene su il tuo vestito,che tiene su tutto.

-Semplice. Ma non facile.                                    

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Sono solo le tre

Le tre. Lancette immobili segnano la stessa ora ormai da giorni,da mesi. Non hai voluto che sostituissero l’orologio,dicevi di sentirti più sicuro lontano dal tempo che passa,avvolto in quella staticità fittizia che tutto sospendeva e allontanava. Parlavi con una voce bassa e roca,non tua. Non eri più tu,ma questo non era necessariamente un male.
Ci siamo odiati per così tanto tempo che la prima volta che sono entrata in questa stanza speravo fossi morto. Trovavo estremamente ironico che ti fossi ricordato di chiamare me,la persona di cui ti eri sempre scordato ed ero pronta a ricambiarti con la stessa carta,forte della vita che mi ero costruita da sola e che avrei potuto sbatterti in faccia. Non mi aspettavo di trovarti così. Fragile,vecchio,incapace anche di respirare da solo. Puzzavi. Non ti eri mai occupato di me ed ora,senza chiedere per favore,mi presentavi quello spettacolo pietoso e sapevi che non avrei mai risposto di no a quella domanda che non ti eri nemmeno preso la briga di pormi.

Le tre. Sempre le tre. Cercai di scandire il tempo con il mio respiro,ma nulla andava avanti. O indietro.

Sono rimasta immobile come quell’orologio per anni. Ti aspettavo. Rendevo impeccabile la mia vita solo per mostrartela,così saresti stato fiero,così saresti rimasto. Anni d’attesa,aspettando che mio padre si accorgesse di me. Anni di telefonate il giorno dopo il mio compleanno perché credevi che fosse quella la data giusta,anni di tempi sbagliati,di recite non viste,di notti lasciata da sola a casa perché tu non potevi badare a me,anni di speranze tradite,di abbracci agognati e di domande a cui non ho mai avuto risposta.

In quella stanza senza tempo ero ritornata la bambina in attesa. Ti domandavo:”Dove sei stato?” quando avrei voluto chiederti.”Perché non eri con me?”. E mi parlavi dei tuoi viaggi,della vita che avevi vissuto,del tempo che era trascorso sulla tua pelle rendendola rugosa e grigia. E io non c’ero. Mai. Sono sempre stata solo l’ombra di un errore. Ma ero li. Era deprimente osservarti nel sonno,vedere la tua pelle grinzosa piena di ematomi,di aghi e di cerotti;sentire il rantolo che era diventato il tuo respiro riempire questa stanza come se fosse l’unico suono udibile. Ma tu queste cose non le hai mai sapute,perché in quella stanza io ero la bambina in attesa e tu il padre assente,della donna che sono diventata nemmeno una traccia. Come sapevi annientarmi tu non lo sapeva fare nessuno.

Sono le tre. Ed erano le tre quando sono entrata questa mattina nella stanza e ho visto il letto vuoto. Erano sempre le tre quando ho capito che il vuoto di quel letto non si sarebbe mai più colmato come il vuoto che ho nel petto. Le tre quando mi scese la prima lacrima,le tre quando tutte le altre – bloccate da anni nei miei occhi così uguali ai tuoi – decisero di scendere tutte insieme ed inondare le mie guancie,i miei vestiti e la poltrona su cui sono seduta ormai da ore.

Sono solo le tre. Ho tempo per ritornare la donna che sono,ho tempo per essere ancora quella bambina in attesa, in questa stanza immobile e sospesa. Ormai aspetterò per sempre.

V.

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Donne du du du psicopatiche di sempre

È inutile, la scusa della sindrome premestruale non regge più. Per giustificare alcuni nostri comportamenti dovremmo inventarci qualche altra scusa associata agli ormoni, i quali in realtà si fanno i fatti loro senza dare troppo distrubo. Grazie a questo temibile (da parte dell’uomo) mito, per alcuni giorni possiamo assumere comportamenti anomali senza destare troppi sospetti.

Che poi, li spacciamo come anomali,ma…

Prendiamo il cibo. Tutte fissate con i chili di troppo, a maggior ragione ora che è estate e la fatidica prova costume incombe su di noi. Noi non mangiamo,spilucchiamo. Le schiffezze e i grassi sono un tabù,i carboidrati il male sotto forma di dolcetto (delizioso). Integerrime guardiamo i nostri uomini sbranarsi panini grandi quanto i nostri rotoli di ciccia, continuando a sgranocchiare carotine e bere tisane depurative. Ma. Ma arriva quel momemento,arriva IL momento  in cui come diavoli della tasmania ci possiamo tuffare in giganteschi pacchetti di patatine bisunte, cospargerci di Nutella e addentare qualsiasi cosa abbia un aspetto vagamente commestibile e giustificarci davanti ai presenti e allo specchio con “Eh,è la sindrome premestruale che ci vuoi fare!”

Le amiche sono amiche,ma si sa che anche loro sono bravissime a far girare i coglioni. Generalmente si sorride e si cerca di instaurare un dialogo costruttivo,ignorando le stronzate atomiche che escono dalle loro bocche. Ma. Ma arriva il giorno in cui l’irritazione – istigata a delinquere dagli ormoni – getta la buona educazione giu da un pozzo gridando “THIS IS S…SINDROME PREMESTRUALE!”. Ed escono frasi acide del tipo “Se magari ogni tanto aprissi quelle gambe!” “Ti viene da svenire perchè non mangi!” “Fa lo stronzo perchè sei così oca da permetterglielo!” “Se dici che sei ingrassata e porti la 40 ti accoltello!”

E poi si può piangere – disperatamente – per ogni cosa. Film,cartoni disney,la fine della tua serie preferita,il costo spropositato di una maglia e alle storie di cuccioli labrador ciechi che il tuo moroso bastardo ti racconta apposta. Piangi,piangi come se non ci fosse un domani perchè il tuo lui ti risponde “Ok” anzichè “Ok amore”. E gli urlerai contro,lo terrorizzerai e lui non potrà far alto che abbracciarti e pensare “Quando finisce ‘sta follia e si scopa?”

Durante la sindrome premestruale i capelli saranno sempre opachi,puzzerai come una capra nonostante i mille profumi che ti metti addosso. Ma. Ma le tue tette aumenteranno enormemente,i soliti reggiseni sembreranno minuscoli e non saprai più come tenerle a bada. E questo distrae indubbiamente da qualsiasi bizzarria degli ormoni!

V.

 

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