Articoli con tag: letture

Lithium.

-Da quanto tempo?
-Come?
-Signor K.,le ho chiesto da quanto tempo prende i sali di litio.
-Oh. Dottore!
-La vedo perplesso,pensava di parlare con qualcun altro?
-Io…Dottore sta cercando di fregarmi? Non sono mica pazzo,no?!
-Ironia. Interessante. Le capita spesso?
-Solo con chi non la capisce.
-Dicevo,da quanto tempo prende il litio?
-Due anni.
-Nota miglioramenti?
-Non noto più nulla.
-Allora direi che siamo sulla buona strada.
-Non mi chiede come mi sento al riguardo?
-Perchè ha emozioni?
-Ironia Dottore,ironia!
-Prende qualcosa per questo?
-Si,l’esistenza ma tende ad accentuare il disturbo.
-Mh. È finalmente riuscito a trovare quello che stava cercando?
-Si,ma l’ho subito perso. Non sono triste.
-Il litio serve anche a questo. Esce?
-Da dove?
-…
-Non sono sicuro. Ma non mi importa.
-E allora?
-Abbiamo modulato i picchi,giusto? Non ci saranno più alti troppi alti o bassi troppo bassi. Sarà tutto nella media. Non potrò più essere nè Napoleone nè uno scarafaggio…
-Giusto.
-Che senso ha?
-Evita,sostanzialmente, che lei tenti di impiccarsi alla trave del soffitto,spacchi la suddetta, creando un bel buco e  arrecando disturbo non solo a sua madre, ma anche ai sovrastanti vicini.
-Mh. Ma non potrò più essere Napoleone…
-Vuole essere Napoleone?
-No. Non è questo il punto.
-E qual è il punto,mi dica?
-Il punto è: quando la incontrerò là,all’angolo con il lampione spento,lei vedrà la parte mediocre di me. Ad aspettarla non ci sarà un Napoleone nè tantomeno uno scarafaggio. Ci sarà solo la parte mediocre di me. La parte mediocre di me.
-O quella sana.
-Che differenza fa?
-Ritorniamo sempre al discorso della trave.
-D’accordo. Ma…
-Ma?
-La difficoltà nell’amare un Napoleone sta nella vasta superbia del suo pensiero, nell’incompletezza eterna del suo cuore. L’amore per uno scarafaggio dovrà invece scontrarsi con il disprezzo,con la follia di chi preferisce vivere nello sterco,pur potendo sopravvivere ad una guerra nucleare.
-L’amore non deve essere per forza patologia,lo sa?
-Nemmeno la follia lo deve necessariamente essere,potrebbe solo essere una prospetiva diversa nel vedere le cose. Eppure è patologia.
-Le prospettive non cambiano la realtà totale della cosa,ne occludono soltanto porzioni differenti a secondo dell’angolazione.
-Lo sa che io ho dei problemi con la realtà!
-E lei chi dei due vorrebbe essere? Napoleone o scarafaggio?
-Io sono entrambi. Se non fosse per il litio, s’intende.
-Certo. La dose attuale?
-2 mg/L. Sono così eccitato di incontrarla là.
-Descriva eccitato.
-Aumento del battito cardiaco, comparsa di sorriso in assenza di effettivi fattori scatenanti;pensieri proiettati unicamente sull’incontro, si frantumano nelle miriadi di possibilità possibili.
-2 mg/L e lei prova ancora eccitamento? Mi stupisco,francamente,che sia ancora vivo!
-I dizionari in questi casi sono molto utili,dottore. Le definizioni sono diventate le mie emozioni.
-Dovrebbe smetterla di leggere,contrasta gli effetti del farmaco.
-Ho trovato Dio nel guscio di una nocciolina.
-Le capita spesso di trovare Dio?
-Solo quando non mi serve o sono sotto la doccia.
-Parla con lui?
-È una domanda trabocchetto?
-No.
-È lui che parla con me.
-E cose le dice?
-Mi chiede se ho stipulato il cotratto telefonico adatto a me.
-Come?
-Mi chiede se ho stipulato il contratto telefonico adatto a me.
-E perchè secondo lei le chiede una cosa simile?
-Si preoccupa per me. È importante fare le scelte giuste.
-E lei cosa sceglie?
-Io non scelgo,io prendo il litio. Mi spezzerò mai,alla fine?
-Vede…

Bussano alla porta,un’infermiera apre senza attendere il permesso. Infila la testa nella stanza.
-Dottore il suo appuntamento delle 11 è arrivato. Con chi sta parlando?
-Con il signor K.,non vede?
-Ma è solo nella stanza,Dottore.
-Oh.

 

Lithium-Nirvana

foto presa dalla rete

 

 

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Spogliami.

Affondo i denti nel labbro inferiore non appena le tue mani sganciano il primo bottone, all’altezza del collo. Infiniti secondi passano nell’asola, scivolando lenti al secondo, insieme alle tue mani.

Mani che sussultano al ritmo del suo cuore, che spinge il bottone verso di me. Dal collo ormai libero un profumo eterno, dolcissimo, che inseguo con le labbra scendendo la curva verso le spalle.

Il terzo sfugge un paio di volte, geloso custode di altri centimetri della mia pelle. E’ come me. Rifugge il contatto per timore della rottura. La parsimonia di gesti e la delicatezza del tocco fanno cedere anche il terzo bottone, mostrandoti un altro pezzo della mia superficie, che le tue dita sfiorano per un istante.

Al quarto bottone le carezze si fanno pesanti, ché la superficie non basta più a sentire e far sentire, e passione e dolcezza si accapigliano inesauste, accelerando respiro e desiderio.

Il quinto si stacca sotto il peso della tua impazienza, cadendo a terra. Accarezzi il pizzo della mia biancheria, leggero intralcio, frapposto tra me e te. Oltrepassi l’ostacolo di stoffa, poggiando l’orecchio al centro esatto del mio petto.

Il sesto bottone sono i minuti che anticipano l’attesa. Hanno il sapore dell’istante che precede il possesso, l’odore della fretta, il sapore della tua bocca. Disegni piccoli cerchi sulla mia pancia, con le dita, giocando con il mio desiderio.

Cede il settimo e m’inchino sull’ombelico, inebriandomi dove l’odore si fa aspro, più femmina, impazzendomi il sangue, la bocca, le mani. La sua pelle e la febbre nelle mie labbra, nelle dita che sganciano l’ultimo sigillo, scatenando l’attesa di un piacere infinito.

 

V. in collaborazione con Witt1980 (che dovrebbe decisiamente scrivere più spesso. Ma già lo sa.)

v4

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Con il naso all’insù.

“Guarda dove metti i piedi!”. Quante volte me l’hanno ripetuto, anche quando l’andatura non era più incerta come quello dei bambini. Gli occhi scivolano su quello che mi circonda, senza prestare attenzione ai passi. La direzione è l’accessorio del viaggio, non ne è l’essenza nè la bellezza. I particolari sono ciò che tornerà con te.
A questo pensavo mentro leggevo i frammenti di un viaggio che qualcuno ha deciso di donarmi. Fotografia a parole di un posto che vorrei ricordare meglio,che vorrei aver vissuto con i tuoi occhi. E con il naso all’insù. Diciassette righe- divorate- mi hanno regalato chilometri di pensieri da frapporre tra me e il posto in cui vivo.  Permetto alla speranza di avvinghiarsi – con i denti, le unghie e a tutto quello che d’affilato possiede- solo ai chilometri futuri e di nutrirsi di quelli passati.
I miei viaggi non sono strade,non sono alberghi,non sono monumenti. Sono sensazioni. Il tempo non è la miglior cura: è lo spazio che interponiamo tra il noi del quotidiano statico e il noi per strada, che permette di ricomporci.

Ricordo il vento sulla spiaggia deserta. L’Oceano davanti, nessun confine, nessun limite. Respirare finalmente,come se fosse la prima volta. C’è la corsa per le sale del  Louvre [“Nononono non si fa!” “Ma lo stiamo già facendo V.!”];ci sono quelle risate che tanto mi mancano,i miei piedi scalzi sulla rambla, troppo stanchi ed ubriachi per i tacchi; la prima volta che ho visto il Musée d’Orangerie, la luna spaventosamente enorme tra le dune della Death Valley;la sabbia tra le dita,i denti ed i capelli di un deserto che parla arabo.
Ci sono quei baci al gusto di madeleine e marijuana;il mare nero ai piedi di Tavolara che non permette di guardarci attraverso,ma solo di immergerti senza vedere,fidandoti. Senza paura. I grappoli d’uva rubati nelle campagne del chianti,la storia che si legge in certi cimiteri,il tour tra i sexy shop di Pigalle [“Ma questo a cosa serve?”],i colori di Portobello road e le case di Notting Hill in cui vorrei tanto vivere.
Le conversazioni in una lingua che non conosci,ma il vino abbatte ogni barriera. O forse è solo questione di sintonia. Il vuoto nello stomaco mentre ti lanci da sei metri di altezza [“Ma l’acqua dov’è?!”],le sfumature dei tramonti lontano da casa;i racconti di mio padre tra gli arrondissement,sapendo che sarà l’ultima volta. Un blu che non rivedrò mai più,occhi che osservano dietro un velo,bellissimi;perdersi con la cartina in mano,una Roma insolita,la rotodintà delle colline senesi che culla lo sguardo, le ore passate in auto con mio fratello,una farfalla che si posa sul mio naso, specchi rotti a palazzo te,il grattacielo più alto al mondo,i panni stesi fuori dalla finestra che spogliano i segreti di chi li indossa,le conversazioni con i taxisti pakistani lontani da casa,le meduse non urticanti di una mare che ti accetta senza spaventarsi,il sapore del porto bianco.

Questo è per te. Questo è per voi.
Un po’ di chilometri.

V.

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Vaffanculo.

Mi sono spesso chiesta cosa spinga le persone a sceglierne altre,ad etichettarle come ‘speciali’ e a tenersele accanto. A qualunque costo.
Perchè dire “Vaffanculo” è molto più semplice che dire “Parliamone”,perchè le parole hanno un costo e quasi mai è commisurato alle nostre possibilità emotive.
Vaffanculo è una sola parola. Una. Netta. Non si torna indietro e nemmeno si vuole. Io ne ho detti tanti,senza mai pentirmene. Per me parlare ha un prezzo esorbitante:se ti regalo un pezzo di me e tu ti ne vai,come faccio? Ti darò tutto quello che vuoi,ma non le mie parole. Mie mie mie.

Il problema nasce quando la mia lingua sta per articolare l’insulto,ma la mia testa la ferma.È li che capisco di essere fottuta. Si,perchè l’affetto è una fregatura,ti mette in una posizione di svantaggio.
L’affetto brama affetto.
Ti puoi allenare quanto vuoi a fare la stronza,ma ci sarà sempre qualcuno più allenato di te. E ti batterà. Sta pur certo che quella persona avrà tutto il bene di cui sei capace.

Il duplice significato di affetto non è casuale: sentimento,contagio. C’è differenza?

“Mamma,mamma guarda come sono brava!Mamma guardami,guardami!”,ma la sua attenzione è sempre rivolta altrove. Migliorerai,migliorerai ancora e ancora sino a quando non vedrai quello sguardo di approvazione nei suoi occhi. Una bambina in cerca di attenzioni,ecco cosa diventa chi si concede il lusso di voler bene a qualcuno.

Il “Vaffanculo” ogni tanto riaffiora,ma si posa sulle labbra.Non diviene suono.
Non vedi l’errore.
Non vedi il difetto.
Non vedi le motivazioni.
E comunque resti li. E continui a volerle bene,a quella fottuta persona.

V.

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Quello che vorrei ricordare

Ti ricordi quando il punk era punk e faceva paura?Ti ricordi la rabbia,lo schifo,com’erano belli urlati e stonati?Ti ricordi quando all star e strappi nei pantaloni non erano moda,ma menefreghismo?Ti ricordi tutti quegli accordi e disaccordi così concreti da diventare idee?
Te le ricordi le lotte,quelle che feriscono,quelle per qualcosa di vero come la vita,come la libertà,come gli ideali?Te lo ricordi quando vita,libertà e ideali erano veri? Ti ricordi quando si moriva per un’ idea? E non importava nemmeno che fosse giusta o sbagliata,importava crederci,importava difenderla. Ti ricordi quando le idee erano incorruttibili o almeno ci provavano ad esserlo? Ora non si finge nemmeno più. Ti ricordi quando si combatteva,quando si cercava di sistemare le cose?Ti ricordi quando era impossibile voltarsi dall’altra parte? Ti ricordi quando nulla importava perchè tutto era importante?Ti ricordi di te mentre conficchi le dita e le unghie e i denti nella speranza per qualcosa,qualunque cosa?
Te lo ricordi quando tutto era possibile,quando la parola futuro profumava ancora di fresco? Ti ricordi il rumore del nostro futuro spezzato,rottamato,posticipato?Ti ricordi l’incertezza nera e cupa,vischiosa come la pece,che cala ed oscura ciò che doveva essere nostro?
Ti ricordi quando scegliere era un diritto e non un’utopia?Ti ricordi quando il lavoro nobilitava l’uomo e non lo uccideva?Te la ricordi la pelle arsa dal sole,la schiena curva e le mani pieni di calli?Te la ricordi la fame?Te lo ricordi quello per cui hanno combattuto?Te lo ricordi come abbiamo iniziato a distruggerlo?
Te lo ricordi il rispetto,il rispetto per la vita sia quella di un essere umano sia quella di un animale? Ti ricordi quando all’uomo non era tutto permesso e dovuto?
Ti ricordi quando andavi a citofonare agli amici per farli scendere a giocare?Te lo ricordi il brivido lungo la schiena di una chitarra distorta e di una batteria incazzata?Te lo ricordi quando l’errore era punito?Ti ricordi quando sbagliare aveva una valore?Ti ricordi quando eri solo contro il mondo,sicuro di vincere?Ti ricordi quando il tempo bastardo non aveva alcuna importanza?Ti ricordi quando la quotidianità non era una catena,ma solo qualcosa attraverso cui passare?Ti ricordi quando eri invincibile?Ti ricordi l’impazienza che raschiava nella tua testa e nel tuo cuore?
Ti ricordi di te?

V.

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Per ogni SINTOMO un LIBRO! #7

  • Sintomi:  Per chi è convinto di appartenere ad un’ altra epoca 
  • Principio attivo:Ricchissimo, potente, invidiato, Jay Gatsby è il re senza corona di West Egg. Nella sua villa sfarzosa lungo l’Hudson, a Long Island, è lo sfuggente anfitrione di una corte fastosa e stravagante, che nutre di lussuosi ricevimenti. Ambizioso e determinato, ha saputo conquistarsi con mezzi leciti e illeciti prestigio, denaro e rispettabilità. Ma non è felice: dal mistero del suo passato emerge a tratti il ricordo di un grande amore giovanile. Gatsby insegue disperatamente il sogno di ritrovare Daisy, di far rivivere il legame con la donna che lo ha respinto, povero e senza prospettive, per sposare il rampollo di una delle più grandi famiglie americane. Dovrà mettere in gioco tutto il peso del suo fascino e del suo potere, ma servirà solo a dare vita a una dolce follia destinata a finire in tragedia. [Trama presa qui]
  • Doc V. dice: Il grande sogno americano e la solitudine di un uomo. Due cose che paiono così lontane,ma che in realtà divengono l’una la conseguenza dell’altra. Personaggio interessante e affascinante,Gatsby riesce a poco a poco a conquistarvi: è vostro amico,uno come voi intento a rincorrere sogni e farsi male -molto male- nel tentativo di raggiungerli. In mezzo a feste leggendarie,all’alcool,ai vestiti sfavillanti del primo dopoguerra che per un po’ vi inebrieranno e vi stordiranno,scoprirete – anzi ritroverete – il rumore dei sogni infranti che tutti,bene o male,conosciamo.
  • Farmaco equivalente: Midnight in Paris (film)
  • Consigli di somministrazione: Usare con cautela se avete il cuore infranto
  • Ricetta: -“Quando ti viene voglia di criticare qualcuno, ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.”

-“È sempre triste guardare con occhi nuovi le cose su cui hai già speso le tue capacità di adattamento.”

-“Sono rimasto ubriaco per almeno una settimana, e allora pensai che mi avrebbe reso sobrio il fatto di sedermi in una biblioteca.”

2013-10-12 15.13.14

V.

 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/libri/frase-128849?f=a:16942>

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Life unexpected

Pensavo al tavolo dei bambini. Quelllo nel quale,durante le cene,vengono radunati tutti i marmocchi in circolazioni e lasciati allo sbaraglio,mentre i genitori sbevazzano e chiacchierano a voce alta (per sovrastare le urla dei rispettivi figli che nel frattempo  si stanno lanciando pasta al pomodoro). Adoravo quel tavolo (anche perchè non mi hanno mai lanciato nulla di commestibile addosso durante la mia esperienza),eravamo indipendenti,eravamo grandi a dispetto delle etichette. È che il tempo passa e tu nemmeno te ne accorgi. E puoi fare tutti i piani che ti pare,ma tanto la Vita si metterà seduta comoda a smontarteli pezzo per pezzo.

Io da grande volevo fare la principessa,è che giùà allora mi piacevano i vestiti. E parecchio. Sino alla terza elementare litigavo quotidianamente con mia madre perchè volevo mettere collant e gonna per andare a scuola. Non mi piaceva leggere (da non credere!),ma adoravo scrivere. In seconda avevo completato il mio primo romanzo e in quarta avevo avviato un proficuo mercatino del baratto nel cortile della scuola.

Poi è arrivata la musica. I vestiti neri,i libri – una valanga di libri – e tutti quei sogni.

Non siedo più al tavolo dei bambini da parecchio e tutto è cambiato. O forse no. Ho sempre pensato che la vita fosse una strada retta,senza possibiltà di svolta. Il problema è che a volte sbandi,finisci fuori strada e ti ritrovi a vagare nel nulla senza un cartello nemmeno a pagarlo. Poi svolti,decidi di svoltare e …

…e ti ritrovi in una nuova città,una di quelle che hai sempre odiato,che però apprezzi. Ti ritrovi a ridere e scherzare con gli amici come non facevi ormai da mesi e mesi. E respiro. Incredibilmente.

 

V.

 

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Attraverso i tuoi occhi

Istanti di una vita impressi sulla carta. Colori opachi,sbiaditi dal tempo e dalla polvere mi raccontano storie della tua vita,storie che non mi hai mai raccontato. Con queste fotografie in mano,ritagli di vita,mi metto a guardare in un passato non mio. E ci ritrovo  ugualmente e sorprendentemente me stessa.

Ci sono volti che non conosco,indossano gli anni settenta sgargianti e ancora pieni di futuro. Sorridono dimentichi di chi li sta fotografando,presi da quel momento che ora durerà per sempre;che ora è tra le mie mani. Chi sono? Cosa ti hanno raccontato? Dove sono ora?

E vedo capelli biondi.Come i miei.

Praga,Londra,Lisbona,Parigi immortalate così quarant’anni fa mi sembrano le stesse città che ho visto anche io. Abbiamo visto gli stessi posti,pecorso le stesse strade separate solo dal tempo. Lontane,come lo siamo sempre state. I nostri occhi catturati dagli stessi colori e forme,le nostre mani strette in quelle di qualcun altro.

E i nostri capelli biondi.

Non è come guardarsi allo specchio,con te. Parliamo lingue nostre,spesso incomprensibili all’altra. È strano vederti indossare i miei anni mentre corri sulla spiaggia,seminando quel futuro doloroso che sembra rincorrenti. È strano vederti sorridere,essere te come io ora sono me.

Abbiamo visto lo stesso mondo,solo un po’ più giovane,solo un po’ più vecchio. E abbiamo sorriso nello stesso modo,prima che diventassi mia madre. E in quelle foto scolorite,siamo identiche.

V.

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Per ogni SINTOMO un LIBRO! #6

  • Sintomi:  Per chi tende a soffrire delle “sindrome di stoccolma” per i personaggi dei libri
  • Principio attivo: Jasper Gwyn è uno scrittore di successo nazionale ed internazionale. Decide all’età di 43 anni di smettere di scrivere. Si troverà a dover escogitare un modo per poter continuare a vivere di scrittura tenendo sempre fede alla promessa fatta di smettere coi libri. Decide così di diventare un copista, cioè farà ritratti di persone attraverso le parole, senza dipingere. [Trama tratta da qui]
  • Doc V. dice: Segni messi in fila l’uno dietro l’altro,ecco cosa sono le parole. Eppure la loro potenza è immensa,tanto che tutto è fatto di parole,i nostri gesti,i nostri pensieri,le nostre vite. Nulla meglio delle parole ci può dipingere. Immaginatevi un racconto non che parla di voi,ma che è voi. Questo è Mr. Gwyn.
  • Farmaco equivalente: Lonely day – System of a down
  • Consigli di somministrazione: Tenere sempre a portata di mano dei foglietti su cui annotare tutte le parole che sono voi
  • Ricetta: -“Con una matita, allora, ogni tanto scriveva parole, poi strappava il foglietto e lo attaccava con una puntina al pavimento di legno, scegliendo ogni volta un posto diverso, come uno che disponesse trappole per topi.”

-“Era incredibile come quell’uomo avesse capito tutto senza praticamente fare una sola domanda. Forse leggere migliaia di libri non è poi così inutile, pensò.”

Mr. Gwyn

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/libri/frase-128849?f=a:16942>

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Sono solo le tre

Le tre. Lancette immobili segnano la stessa ora ormai da giorni,da mesi. Non hai voluto che sostituissero l’orologio,dicevi di sentirti più sicuro lontano dal tempo che passa,avvolto in quella staticità fittizia che tutto sospendeva e allontanava. Parlavi con una voce bassa e roca,non tua. Non eri più tu,ma questo non era necessariamente un male.
Ci siamo odiati per così tanto tempo che la prima volta che sono entrata in questa stanza speravo fossi morto. Trovavo estremamente ironico che ti fossi ricordato di chiamare me,la persona di cui ti eri sempre scordato ed ero pronta a ricambiarti con la stessa carta,forte della vita che mi ero costruita da sola e che avrei potuto sbatterti in faccia. Non mi aspettavo di trovarti così. Fragile,vecchio,incapace anche di respirare da solo. Puzzavi. Non ti eri mai occupato di me ed ora,senza chiedere per favore,mi presentavi quello spettacolo pietoso e sapevi che non avrei mai risposto di no a quella domanda che non ti eri nemmeno preso la briga di pormi.

Le tre. Sempre le tre. Cercai di scandire il tempo con il mio respiro,ma nulla andava avanti. O indietro.

Sono rimasta immobile come quell’orologio per anni. Ti aspettavo. Rendevo impeccabile la mia vita solo per mostrartela,così saresti stato fiero,così saresti rimasto. Anni d’attesa,aspettando che mio padre si accorgesse di me. Anni di telefonate il giorno dopo il mio compleanno perché credevi che fosse quella la data giusta,anni di tempi sbagliati,di recite non viste,di notti lasciata da sola a casa perché tu non potevi badare a me,anni di speranze tradite,di abbracci agognati e di domande a cui non ho mai avuto risposta.

In quella stanza senza tempo ero ritornata la bambina in attesa. Ti domandavo:”Dove sei stato?” quando avrei voluto chiederti.”Perché non eri con me?”. E mi parlavi dei tuoi viaggi,della vita che avevi vissuto,del tempo che era trascorso sulla tua pelle rendendola rugosa e grigia. E io non c’ero. Mai. Sono sempre stata solo l’ombra di un errore. Ma ero li. Era deprimente osservarti nel sonno,vedere la tua pelle grinzosa piena di ematomi,di aghi e di cerotti;sentire il rantolo che era diventato il tuo respiro riempire questa stanza come se fosse l’unico suono udibile. Ma tu queste cose non le hai mai sapute,perché in quella stanza io ero la bambina in attesa e tu il padre assente,della donna che sono diventata nemmeno una traccia. Come sapevi annientarmi tu non lo sapeva fare nessuno.

Sono le tre. Ed erano le tre quando sono entrata questa mattina nella stanza e ho visto il letto vuoto. Erano sempre le tre quando ho capito che il vuoto di quel letto non si sarebbe mai più colmato come il vuoto che ho nel petto. Le tre quando mi scese la prima lacrima,le tre quando tutte le altre – bloccate da anni nei miei occhi così uguali ai tuoi – decisero di scendere tutte insieme ed inondare le mie guancie,i miei vestiti e la poltrona su cui sono seduta ormai da ore.

Sono solo le tre. Ho tempo per ritornare la donna che sono,ho tempo per essere ancora quella bambina in attesa, in questa stanza immobile e sospesa. Ormai aspetterò per sempre.

V.

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