Archivi del mese: febbraio 2014

Dovevo sposare uno scrittore. (O forse no)

Ho sempre avuto un debole per gli artisti,per le menti contorte e i cuori pieni di malessere.
I musicisti sono stati il mio pallino per lungo tempo,tutti-dico tutti-i ragazzi che ho avuto suonavano uno strumento o cantavano. Sono stata anche con un Billy Corgan con capelli,come ho già scritto da qualche parte.(E si,lo frequentavo solo per la sua somiglianza con il frontman degli Smashing Pumpkins). La mia vera grande passione,però, sono sempre stati gli scrittori.
Le parole raccontano non solo le storie per cui sono state scritte,ma bisbigliano-tra le virgole,tra sintassi scomposte,tra ‘ma’ invece che ‘e’,tra metafore e puntini di sospensione-la vita di chi le scrive.
E ti si ficcano sotto la pelle quelle maledette parole,quelle maledette vite d’inchiostro. Io volevo sposare uno scrittore. Non un cantante,un avvocato,un attore. No,uno scrittore. Volevo chi sapesse giocare con le parole,perchè potesse raccontare di me. Dipingermi con le lettere. Volevo leggermi come ci si guarda allo specchio,ma non con i miei occhi. Volevo essere (ri)costruita con le parole,con le parole del mio scrittore.
Per saper scrivere,bisogna essere caduti più di una volta.Lo scrivere,lo scrivere bene,sta nel momento in cui i tuoi piedi si staccano da terra e i tuoi occhi vedono il suolo farsi sempre più vicino;i nervi sentono già il dolore della botta. È li che sai-con una lucidità disarmante- che stai per disintegrarti,per ferirti,per perdere qualche pezzo di te. Il dolore che verrà non è altro che la colla che terrà assieme il talento.
È nel momento in cui senti il vuoto del disequilibrio nello stomaco,che troverai le parole,che non potrai più fare a meno delle parole. Ho sempre creduto che uno scrittore riuscisse a leggere i racconti disegnati sulla pelle,gli incubi nascosti negli sguardi sfuggenti.

Per tutti questi motivi e per la mia estrema coerenza,sto con un Ingegnere.

Per un Ingegnere due più due fa sempre quattro. Non c’è via di scampo. Non ci sono figure retoriche o licenze poetiche ad abbelire la logica,schietta,brutale,univoca e unidirezionale.Le nostre menti sognano in lingue diverse,i nostri occhi catturano particolari differenti della realtà.
L’incognita,per lui,non è affascinante mistero,ma un valore da trovare nel minor numero di passaggi possibili. La mia dis-logica,così etichettata dall’Ingegnere,si getta e si sgretola contro la sua inoppugnabile ragione,sostenuta da ipotesi e prove empiriche.
Si blocca,la sua mente,nelle mie storie preferite,nelle mie parole preferite,incapace di leggere tra gli spazi che,secondo logica,sono solo vuoti.

Ho sempre scordato che lo Scrittore è pur sempre,prima di tutto,un uomo. La sua arte si regge generalmente su pilastri d’insicurezza che devono costantemente essere rinforzati da lusinghe e conferme del suo talento,profuse-se possibile-da avvenenti signorine.
Lo Scrittore capisce le crepe della tua vita,se ne può addirittura innamorare. Ma non le saprà mai aggiustare. Per quello ci vuole un Ingegnere. Non userà parole,ma la concretezza delle azioni. Rimetterà insieme i cocci calcolando con estrema precisione indici di resistenza e coefficienti di pressione.
Lo scrittore viene a fondo con te,conosce l’odore pungente della disperazione,conosce i vuoti e i pensieri che portano troppo lontano da te stesso. Sposare uno scrittore significa, però, avere un rapporto a tre:tu,lui e il suo ego spropositato. Perchè lo Scrittore,con quella sua aria fragile e depressa che tanto mi attrae,è in realtà dotato di un ego smisurato che tende a mascherare con il fascino da poeta maledetto.
L’Ingegnere non verrà a fondo con te,mai.Non ne vede la praticità. Piuttosto ti costruirà una scala in modo che tu possa risalire(anche una scala mobile,se sei molto pigra).

Rido mentre ti dico:”Dovevo sposare uno scrittore!”,mentre nella mia testa penso ‘O forse no’.

V.

 

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Un corpo in leggero raffreddamento

Mi sono cimentata, grazie a Zeus, in un racconto un po’ diverso dal (mio)solito.Che ne pensate?

Music For Travelers

Non so se vi ricordate, qualche settimana fa ho pubblicato un racconto, UN CORPO ANCORA CALDO* (che potete trovare cliccando sul titolo qua accanto), in cui, alla fine, chiedevo come poteva continuare il racconto. O, in alternativa, come l’avreste fatto proseguire voi. Dopo il grande Gintoki, anche V. (meunexpected) ha deciso di partecipare e proseguire la storia. Logicamente, come potete immaginare, questo racconto di V. non è una prosecuzione della storia di Gintoki, ma è il secondo capitolo della storia principale. Questo porta ad un’altra superba domanda: adesso avete ben due possibili scenari, due storie sono nate da Un Corpo Ancora Caldo. Voi come andreste avanti? Prendete spunto da Gintoki o prendete spunto dal V.? O avete una terza scelta? 
Attendo un vostro parere miei cari!!!! O una vostra storia, sia chiaro.

Adesso bando alle chiacchiere e leggiamoci questa superba storia di V. 

“Dobbiamo liberarci del corpo”. Come…

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Sono una ragazza superficiale.

Sono una ragazza superficiale.

La mia superficie,sempre lustrata e lucente, è di cristallo.

Trasparente.

E sai una cosa? Basta avvicinarsi,per guardarci dentro.

V.

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Quello che vorrei ricordare

Ti ricordi quando il punk era punk e faceva paura?Ti ricordi la rabbia,lo schifo,com’erano belli urlati e stonati?Ti ricordi quando all star e strappi nei pantaloni non erano moda,ma menefreghismo?Ti ricordi tutti quegli accordi e disaccordi così concreti da diventare idee?
Te le ricordi le lotte,quelle che feriscono,quelle per qualcosa di vero come la vita,come la libertà,come gli ideali?Te lo ricordi quando vita,libertà e ideali erano veri? Ti ricordi quando si moriva per un’ idea? E non importava nemmeno che fosse giusta o sbagliata,importava crederci,importava difenderla. Ti ricordi quando le idee erano incorruttibili o almeno ci provavano ad esserlo? Ora non si finge nemmeno più. Ti ricordi quando si combatteva,quando si cercava di sistemare le cose?Ti ricordi quando era impossibile voltarsi dall’altra parte? Ti ricordi quando nulla importava perchè tutto era importante?Ti ricordi di te mentre conficchi le dita e le unghie e i denti nella speranza per qualcosa,qualunque cosa?
Te lo ricordi quando tutto era possibile,quando la parola futuro profumava ancora di fresco? Ti ricordi il rumore del nostro futuro spezzato,rottamato,posticipato?Ti ricordi l’incertezza nera e cupa,vischiosa come la pece,che cala ed oscura ciò che doveva essere nostro?
Ti ricordi quando scegliere era un diritto e non un’utopia?Ti ricordi quando il lavoro nobilitava l’uomo e non lo uccideva?Te la ricordi la pelle arsa dal sole,la schiena curva e le mani pieni di calli?Te la ricordi la fame?Te lo ricordi quello per cui hanno combattuto?Te lo ricordi come abbiamo iniziato a distruggerlo?
Te lo ricordi il rispetto,il rispetto per la vita sia quella di un essere umano sia quella di un animale? Ti ricordi quando all’uomo non era tutto permesso e dovuto?
Ti ricordi quando andavi a citofonare agli amici per farli scendere a giocare?Te lo ricordi il brivido lungo la schiena di una chitarra distorta e di una batteria incazzata?Te lo ricordi quando l’errore era punito?Ti ricordi quando sbagliare aveva una valore?Ti ricordi quando eri solo contro il mondo,sicuro di vincere?Ti ricordi quando il tempo bastardo non aveva alcuna importanza?Ti ricordi quando la quotidianità non era una catena,ma solo qualcosa attraverso cui passare?Ti ricordi quando eri invincibile?Ti ricordi l’impazienza che raschiava nella tua testa e nel tuo cuore?
Ti ricordi di te?

V.

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Sul filo del caos.

Ricerchiamo spasmodicamente l’equilibrio,lo vediamo come punto d’arrivo,come scopo giustificatore delle nostre azioni,come sinonimo di felicità. Ingannevole illusione che ci spinge a comprare riviste e manuali d’autoaiuto,ricolmi di insegnamenti e regole per raggiungere una stabilità emotiva,lavorativa,sessuale,economica,intestinale,sociale. Distribuiamo così,con grande fatica e dedizione,tutti i pesi della nostra vita,disponendoli in modo che non ci schiaccino:questo, chiamiamo equilibrio. Arrediamo la nostra esistenza calcolando il peso specifico di ciascuna emozione,collochiamo ordinatamente le occasioni come polverosi suppellettili,valutiamo con pidocchiosa avarizia il costo di ogni nuovo arredo.

E,ammesso che all’equilibrio ci arriviamo,tutto dovrà rimanere così,immutato. Fermo. Statico. Ma la vita va avanti,la Vita scorre,la Vita dà e toglie. E tu te ne resti li,in equilibrio,perpetuando un’immobile lotta per mantenerlo. Non puoi togliere nè aggiungere nulla-se non in egual misura- o i pesi e contrappesi non saranno più disposti con maniacale efficacia e ti schiacceranno. L’equilibrio dovrà essere ricostruito ancora e ancora e ancora.

Io scelgo il caos.

Scelgo quell’informe e tumultuoso tutto,in cui le grandezze della vita si dispongono senza ordine nè baricentro. Scelgo il caos dove le parole non dette pesano quante quelle urlate,dove l’aggiunta e la sottrazione non comportano cedimento,ma solo aumento o diminuzione;dove la recisione del contrappeso legato ad una persona non provoca il collasso,ma solo un tonfo e tutto rimane disordinatamente inalterato.

v9 007

V.

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