Parole che sembrano racconti

Wishlist

Vorrei essere polvere che si posa sulle superfici del tuo passato, divenendo patina che ne offusca e vela gli spigoli più appuntiti.
Vorrei essere lama per tagliare ciò che solo il sangue può imporre, liberando ciò che di te resta.
Vorrei essere candeggina per lavare via i sensi di colpa che ancora ostacolano le tue decisioni. Vorrei essere peso che serve per il tuo baricentro. Vorrei essere specchio deformante, per riflettere il Vero.
Vorrei essere Difetto per insegnarti ad amarmi.
Vorrei essere Consapevolezza; vorrei essere Respiro quando l’ansia vince; vorrei essere Musica che accompagna le tue giornate. Vorrei essere carta per assorbire i tuoi pensieri; vorrei essere il Fondo per mostrarti che lì non c’è nulla.
Vorrei essere mondo senz’angoli, così che tu non possa nasconderti. Vorrei essere Scelta, non Bisogno; Amore e non Dipendenza.
Vorrei essere Silenzio, così sentiresti solo la tua voce; vorrei essere spalle, così divideremmo il peso.
Vorrei essere vertigine senza paura; vorrei essere limite da superare, punto fisso da cui tornare; vorrei essere mani calde sul tuo viso.
Vorrei essere condivisione senza vergogna; vorrei essere Arte tra le tue dita, amante di chi ha pagato un prezzo troppo alto. Vorrei essere Tempo, per regalarti la guarigione.
Vorrei essere coperta, ma non nascondiglio; vorrei essere le parole che cerchi, senza il dolore che comportano.
Vorrei essere mura solide, vorrei essere chilometri tra te e ciò che eri. Vorrei essere Corpo sul tuo, per annullare vuoti e distanze. Vorrei essere risposte senza necessità di domandare, vorrei essere Approvazione; vorrei essere Pelle che racconta altre storie. Vorrei essere acqua in cui annegare chi non riesci a lasciar andare. Vorrei essere Bellezza per mostrarti il marcio che c’è in me.
Vorrei essere Nulla, così potresti essere Tutto.
Vorrei, vorrei,vorrei…
Indovina cosa? Vorrei fossi Tu e niente più.

V.

Wishlist – Pearl Jam

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Smell like teen shit

Un giorno di seconda elementare,mentre tutta la classe era intenta a perfezionare il proprio corsivo,venne a salutarci l’obiettore di coscienza dell’anno prima. Tutti lo amavano: una sorta di Fonzie alto due metri,con l’accento del sud,capace di sollevare quattro o cinque bambini contemporaneamente e farli roteare come sacchi di patate. Per cui,appena apparve sulla soglia,l’intera classe-venticinque bambini sudici ed urlanti-si lanciò su di lui cercando di abbracciarlo e baciarlo. Anche la maestra fu tentata di gettargli le braccia al collo. Io me ne rimasi seduta al mio posto,a finire il compito. Osservavo i miei compagni saltarsi addosso e spintonarsi,cercando di rubare un abbraccio:una massa di coglioni. Ecco,magari non lo pensai proprio in questi termini-che le parolacce ancora non si potevano dire,ma mi sembrò,dall’alto dei miei sette anni,una cosa davvero stupida. La maestra mi guardava perplessa, dicendo,con tono quasi di scusa: “È proprio una bambina tranquilla,una bambina tanto speciale”, mentre la sua testa si muoveva ad indicare un no di disappunto. E per me,quella parola,iniziò ad avere un sapore strano. Rimandò tutti a posto, solo allora io mi alzai dal banco-ignorando lo sguardo perplesso  della maestra- e andai ad abbracciare l’obiettore. Un abbraccio tutto per me,senza bisogno di tirare i capelli a nessuno.

[Speciale si infiltra tra gli ingranaggi della tua testa, mutandone il senso di rotazione e la velocità di funzionamento. Speciale, resta li. E diventa strana, diventa sbagliata.]

Le feste di compleanno erano una tortura: che necessità avevano sempre tutti di correre, urlare e giocare a giochi sciocchi come quello delle sedie. Ve lo ricordate? Un cerchio di seggiole, sempre una in meno rispetto ai partecipanti, e quando la musica finisce c’è chi, inevitabilemente, rimane fuori. Un gioco crudele,un gioco al massacro,all’esclusione forzata: se non sei dentro,non sei nessuno,sei un perdente. Tutti intenti ad accaparrarsi la propria sedia,il proprio posto,per essere i numeri uno. Uno. Non è un numero estremamente triste? È così solo.
Costretta da mia madre a partecipare a questi eventi sociali, finivo per passare tutto il pomeriggio con la mamma del festeggiato,aiutandola nelle faccende domenstiche e facendomi pettinare i capelli, come con le bambole. Alla fine la madre d’adozione doveva spiegare alla madre naturale dello strano pomergiggio, un po’contenta della compagnia un po’ preoccupata per il mio comportamento. E mia madre,ormai abituata,rispondeva con un sospiro:”Sà,è una bambina tanto speciale!”.

[Perchè la tua musica è così incazzata? Perchè le tue idee pendono sempre dalla parte sbagliata, rifuggendo  un baricentro che non è altro che banalità? Perchè i tuoi vestiti sono impregnati dell’odore dell’insicurezza puttana? Perchè riusciresti ad annegare nelle parole scritte da altri, ma non riesci a usare l’inchiostro per qualcosa di tuo?]

La prima volta che misi un piede, rigorosamente scalzo, sopra un palcoscenico fu per caso,per aiutare un’amica rimasta senza attrice nel suo spettacolino liceale. Era una rivisitazione di un racconto di Virginia Woolf dal finale tragico con tanto di protagonista morta suicida, il che era davvero in linea con il personaggio che mi ritrovavo a vivere all’epoca. Ne fui così entusiasta da invitare perfino i miei genitori, tanto che la delusione nel non vederli tra il pubblico fu, ovviamente, immensa. Un banalissimo errore di lettura li aveva condotti nella sala sbagliata del teatro, facendoli assistere ad un saggio di Hip Hop. Ora, a parte il nesso tra uno dramma della Woolf e una danza al ritmo di rap (?) che mi sfugge, non mi sono mai capacitata del fatto che non solo non avessero notato l’assenza della propria figlia tra le ballerine, ma che avessero assistito all’intero spettacolo (facendone grandi elogi successivamente) non accorgendosi della palese incongruenza tra quello che avrei fatto e quello che, effettivamente, stavano guardando!
Oggi,a distanza di una decina d’anni,mia madre mi racconta dello splendido spettacolo di Hip Hop al quale ha assisito la sera precedente. “Ho detto ad Alle (moroso di madre ndr) che anche tu un tempo hai fatto uno spettacolo simile.” “No,mamma io al massimo ho fatto danza moderna,mai quella roba li. Ti confondi”. “Ma se ti dico che mi ricordo di essere venuta a vederti!” “Già,peccato non fossi io.” “Ah giusto”. Ma non è finita qui. Tentando di salvarsi dalla gaffe ha iniziato a ricordare i miei spettacoli di teatro: “Si,quella volta siamo addirittura venuti a Fontanellato per vederti!” “No,mamma ancora una volta non ero io. Era S.”
Sono stata il fantasma di una figlia mai realmente nata nè vissuta. Di colori sbiaditi si tingevano le mie anzioni e le mie parole.

[Ho consumato pelle, sprecato sonno, vestito maschere deformanti contorni ed emozioni. Ho cercato di essere qualcosa, di assumere limiti che mi permettessero di inserirmi nel puzzle.]

Mi ci è voluto tempo e delusioni per capire che io un pezzo di puzzle non lo sarei mai stata nè avrei mai voluto esserlo. Io voglio essere l’immagine sulla scatola, quella integra, senza crepe nel mezzo,senza bisogno che qualcuno incastri tutti i frammenti per farne un intero.
Si capisce che l’importante non è la scelta che si fa, ma la possibilità di poter scegliere senza sentirsi costretti da nessuno, senza essere guidati dal bisogno di affetto o approvazione perchè quella,cari miei,non è scelta.
Si è molto soli nel voler gridare le proprie ragioni. Ci si diverte come pazzi quando si è sempre ‘contro’. Molte saranno le etichette che verranno appese ai vostri credo,molti saranno i tentativi di darvi una forma.
Urlate i vostri difetti cosicchè nessuno possa accusarvi di mancata perfezione.
Mordete le malelingue, fatele sanguinare così avranno qualcosa di cui (s)parlare finalmente. Sempre che ci riescano ancora.

[Starmi lontano è un’ ottima decisone, la mia vicinanza provoca riflessioni.
Sono malsana, metto il dito nel vasetto della Nutella, ho opinioni solo su ciò che so, mi sbilancio solo se ritengo la cosa importante e nulla lo è mai troppo per me, sono impegnativa, insofferente, mi annoio facilmente, mi astengo dal combattere battaglie non mie, non so stirare le camice e Oh well,whatever, nervemind]

immagine dalla rete

V.

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La ragazza che rubava brandelli di vita.

Le mancava un pezzo. Una piccola imperfezione non pregiudicante il funzionamento generale,la rendeva però distante-di un frammento,di un brandello-dall’essere il disegno finito ed intero che la mano della genetica o del divino avevano progettato per tutti gli uomini.
Non sapeva di cosa,quella svista,l’avesse privata:la brama dell’uguaglianza la spinse a rubare dall’altrui perfezione,tentando di riempire quel vuoto dalla forma sconosciuta.
Rubò sorrisi,ampi,dolci ed amari. Li nascondeva tutti in tasca mentre nessuno guardava;allungava la mano,lesta,sull’autostima dai contorni eleganti che alcuni tenevano,noncuranti e sbadati,appesa al giudizio di altri.
Provò con la rabbia,ma le macchiò solo la pelle candida. Tentò con la pazienza,sfilò dalla borsa di qualcuno intelligenza e saggezza.
Scivolò sotto lenzuola non sue per rubare,con il favore del sonno,la forza intrecciata nei muscoli,le bugie addormentate sulle labbra,i sogni nei cassetti mai chiusi a chiave.
Immerse le mani in cuori che a lei si offrirono,scavando in ventricoli e atri vuoti di ciò che andava cercando;distrusse lembi,perse battiti senza nemmeno accorgersene.

Lunghe fila di barottoli di vetro riempivano le pareti di casa, feretri trasparenti di inservibili refurtive, lasciate alla lenta rovina del tempo. Ogni mattina i suoi occhi scorrevano veloci su quel cimitero di brandelli di vita,prima di uscire di casa alla ricerca della propria compiutezza nell’altrui completezza.

Passi svelti tra le vite che incrociava,un giorno s’accorse stupita che la sua mancanza non era più nè difetto nè eccezione.
Aveva reso tutti come lei,imperfetti ed infelici alla ricerca del proprio pezzo mancante.

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Lithium.

-Da quanto tempo?
-Come?
-Signor K.,le ho chiesto da quanto tempo prende i sali di litio.
-Oh. Dottore!
-La vedo perplesso,pensava di parlare con qualcun altro?
-Io…Dottore sta cercando di fregarmi? Non sono mica pazzo,no?!
-Ironia. Interessante. Le capita spesso?
-Solo con chi non la capisce.
-Dicevo,da quanto tempo prende il litio?
-Due anni.
-Nota miglioramenti?
-Non noto più nulla.
-Allora direi che siamo sulla buona strada.
-Non mi chiede come mi sento al riguardo?
-Perchè ha emozioni?
-Ironia Dottore,ironia!
-Prende qualcosa per questo?
-Si,l’esistenza ma tende ad accentuare il disturbo.
-Mh. È finalmente riuscito a trovare quello che stava cercando?
-Si,ma l’ho subito perso. Non sono triste.
-Il litio serve anche a questo. Esce?
-Da dove?
-…
-Non sono sicuro. Ma non mi importa.
-E allora?
-Abbiamo modulato i picchi,giusto? Non ci saranno più alti troppi alti o bassi troppo bassi. Sarà tutto nella media. Non potrò più essere nè Napoleone nè uno scarafaggio…
-Giusto.
-Che senso ha?
-Evita,sostanzialmente, che lei tenti di impiccarsi alla trave del soffitto,spacchi la suddetta, creando un bel buco e  arrecando disturbo non solo a sua madre, ma anche ai sovrastanti vicini.
-Mh. Ma non potrò più essere Napoleone…
-Vuole essere Napoleone?
-No. Non è questo il punto.
-E qual è il punto,mi dica?
-Il punto è: quando la incontrerò là,all’angolo con il lampione spento,lei vedrà la parte mediocre di me. Ad aspettarla non ci sarà un Napoleone nè tantomeno uno scarafaggio. Ci sarà solo la parte mediocre di me. La parte mediocre di me.
-O quella sana.
-Che differenza fa?
-Ritorniamo sempre al discorso della trave.
-D’accordo. Ma…
-Ma?
-La difficoltà nell’amare un Napoleone sta nella vasta superbia del suo pensiero, nell’incompletezza eterna del suo cuore. L’amore per uno scarafaggio dovrà invece scontrarsi con il disprezzo,con la follia di chi preferisce vivere nello sterco,pur potendo sopravvivere ad una guerra nucleare.
-L’amore non deve essere per forza patologia,lo sa?
-Nemmeno la follia lo deve necessariamente essere,potrebbe solo essere una prospetiva diversa nel vedere le cose. Eppure è patologia.
-Le prospettive non cambiano la realtà totale della cosa,ne occludono soltanto porzioni differenti a secondo dell’angolazione.
-Lo sa che io ho dei problemi con la realtà!
-E lei chi dei due vorrebbe essere? Napoleone o scarafaggio?
-Io sono entrambi. Se non fosse per il litio, s’intende.
-Certo. La dose attuale?
-2 mg/L. Sono così eccitato di incontrarla là.
-Descriva eccitato.
-Aumento del battito cardiaco, comparsa di sorriso in assenza di effettivi fattori scatenanti;pensieri proiettati unicamente sull’incontro, si frantumano nelle miriadi di possibilità possibili.
-2 mg/L e lei prova ancora eccitamento? Mi stupisco,francamente,che sia ancora vivo!
-I dizionari in questi casi sono molto utili,dottore. Le definizioni sono diventate le mie emozioni.
-Dovrebbe smetterla di leggere,contrasta gli effetti del farmaco.
-Ho trovato Dio nel guscio di una nocciolina.
-Le capita spesso di trovare Dio?
-Solo quando non mi serve o sono sotto la doccia.
-Parla con lui?
-È una domanda trabocchetto?
-No.
-È lui che parla con me.
-E cose le dice?
-Mi chiede se ho stipulato il cotratto telefonico adatto a me.
-Come?
-Mi chiede se ho stipulato il contratto telefonico adatto a me.
-E perchè secondo lei le chiede una cosa simile?
-Si preoccupa per me. È importante fare le scelte giuste.
-E lei cosa sceglie?
-Io non scelgo,io prendo il litio. Mi spezzerò mai,alla fine?
-Vede…

Bussano alla porta,un’infermiera apre senza attendere il permesso. Infila la testa nella stanza.
-Dottore il suo appuntamento delle 11 è arrivato. Con chi sta parlando?
-Con il signor K.,non vede?
-Ma è solo nella stanza,Dottore.
-Oh.

 

Lithium-Nirvana

foto presa dalla rete

 

 

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Polly.

Polly si veste di mediocrità. Ha banali occhi castani, un sorriso affabile, ma senza pretese; un viso grazioso che non lascia traccia nella memoria di chi la incontra. Polly di straordinario ha solo l’uomo, il suo uomo.

Polly dice:
Baciami

Polly ama il suo uomo, Polly mette vestiti carini per lui, cucina i suoi piatti preferiti ogni sera. Polly racconta alle amiche quanto il suo uomo la ami.

Polly dice:
Lui torna sempre a casa da me,alla fine.

Polly è triste. Polly è triste e nessuno lo sa,nessuno lo vede. Il suo uomo non la bacia più, il suo uomo non le parla più, il suo uomo è solo un corpo che si aggira per casa attento a non sfiorarla,a non guardarla,a non farla sentire viva.

Polly dice:
Ridammi forma con il tuo sguardo,consistenza con il tuo tocco,sensazioni con le tue parole.

L’uomo di Polly esce di casa. Questa sera non torna da lei, alla fine.

Polly dice:
Ti ho tradito.

Polly mente. Polly vede la mano del suo uomo stagliarsi sul suo viso. Attende ansiosa l’impatto. La guancia brucia,ma non importa:rimane così più a lungo l’impronta di quella carezza.

Polly dice:
Grazie.

Polly ha imparato ad urlare,a lanciare piatti,sputare insulti, a non cucinare, a rompere le cose. Polly ha imparato a raccontarsi tante verità. Polly si annoia. Polly recita. Polly sa come farsi amare.

Polly dice:
Le cinque dita che stritolano il mio polso imprimono il tuo desiderio di me sulla pelle. Segni scuri che marchiano ciò che è tuo. Le nocche lacerano il mio labbro, sono baci lievi:è la mia bocca troppo fragile per il tuo amore. Nel sangue che cola sul mio corpo,impregnandomi i vestiti,leggo tutte le parole che non dici,che aspetto. Soffoca le mie debolezze con i pugni:diventeranno la mia forza. I tuoi calci strumenti per aggiustare le mie imperfezioni,le ossa che sento rompersi le mie promesse di cambiamento.
Aiutami a compiacerti. Ti amo, non mi spezzerò.

Polly.
Polly era.

Immagine dalla rete

Polly-Nirvana

V.

 

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L’oblio è solo per i più fortunati.

Lavo via il sapore acido del vomito che ho in gola con l’ennesimo sorso di Jack. Lo immagino scorrere sotto pelle,nelle vene,sino al cervello e qui far esplodere,con minuziosa cura e precisione,quei neuroni che contengono il tuo ricordo.
Vorrei fosse così,invece la mia rabbia perde solo lucidità. Sono seduto sul pavimento gelido del bagno da non so quanto. Bevo e vomito.Vomito e bevo.Inzio a pensare che le due cose siano correlate.
Se tu fossi qui,qui davanti a me,mi guarderesti con quell’espressione carica di rimprovero che fa comparire sulla tua fronte una piccola ruga. Poi ti inginocchieresti,mi asciugheresti con la manica il sudore freddo dalla fronte,sussurrandomi nell’orecchio:”Andiamo a letto”. Ma tu non ci sei.Tu sei morta. O mi hai semplicemente lasciato.Che differenza fa? Ricordo,ecco cosa sei diventata. Si inizia a ricordare qualcuno quando il presente ne è privo.Bisogna riempire i vuoti della mancanza.Tu sarai ricordo,indelebile,immutabile,perfetto nell’ingannevole falsificazione che la mente opera su tutto ciò che ferisce.

I tuoi denti bianchi,il buffo rumore che fai quando starnutisci,il tuo giocare con i miei capelli davanti ad un film,le nostre risate ai fornelli per la mia incapacità,i tuoi occhi chiusi mentre mi baci,il leggero arco che la tua schiena descrive quando facciamo l’amore,le tue mani che disegnano storie sulla mie pelle nuda.
Rimane tutto li.
Incastrato in sinapsi efficienti,nemmeno sfiorate dal whisky che continuo ad ingurgitare.
Il rubinetto perde.Piccole gocce si schiantano ritmicamente sul lavandino.

Ti sono bastate due valige per raccogliere la tua vita e separarla dalla mia. Ho cercato per casa piccoli frammenti di te,ma ho trovato solo me negli armadi,nei cassetti,nel letto. Solo me. Tanto che ho creduto di averti immaginata.Il dolore che ho nel petto ha riso di tanta stupidità e ha iniziato a bruciare di più.
Due valige.Credevo avessi portato più cose,nella nostra vita.È questo quello che pensavo quando ti ho vista di fronte a me,con il soprabito nero,pronta ad andartene. Aspettavi qualcosa.La mancia?Mi sono morso la lingua,le labbra,i pensieri,ma ho detto la sola cose che un uomo può dire quando non rimane più nulla da aggiungere. “Da quanto tempo ci vai a letto?”
Un mezzo sorriso ha spezzato l’immobilità del tuo viso mesto. “Pensate sempre che vi lasciamo per le misure del vostro pene,quando ad essere inadeguate sono le dimensioni del vostro cuore,del vostro amore,dei vostri pensieri.” Ed è come se avessi raccolto tutti i miei difetti,le mie imperfezioni,le mie insicurezze,le avessi lucidate e lustrate in modo che tutti potessero vederle,senza più essere nascoste dalla polvere del mio ego.
Hai preso le tue due valige e sei uscita,chiudendo delicatamente la porta alla tue spalle. Solo un click.Niente ‘BAM!’,niente rumore.O forse non l’ho sentito,distratto com’ero dal chiasso che esplodeva nella mia testa.
Silenzio.Fuori.
Come adesso.Solo il suono di gocce d’acqua che cadono,inutilizzate e inutili.Sprecate.

I miei occhi bruciano.Il pavimento è freddo.C’è puzza di vomito in questa stanza.Continuo a bere anche se la bottiglia è ormai vuota,non saprei che altro fare.

Mi chiedo quale amore così grande lui sia in grado di darti,quali pensieri riempiano il poco spazio che vi divide quando sei tra le sue braccia;mi chiedo quale poesia lui sia in grado di raccontare al tuo cuore. Rido.L’unica domanda che bussa impaziente nella mia testa è:”State scopando?”
Chissà se ogni tanto pensi a me,a quel povero idiota che stai lasciando annegare nella sua bile e nel suo vomito.Hai pianto,almeno un po’?Hai pensato di ritornare,almeno una volta?
Vorrei sapere che mi rivuoi,che ti manco.Vorrei vederti ritornare.Chiedere scusa,vorrei le tue labbra suelle mie.Ancora.
Solo così,sapendo che tu mi vuoi,smetterei di volerti.

H.

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Anatomia di un amore.

Il mio viso sprofonda nel tuo collo,in quello che, in anatomia, si chiama triangolo sopraclavicolare.
Triangolosopraclavicolare,ecco perchè l’anatomia non mi è piaciuta. Si dimentica del profumo che ha la pelle-la tua pelle-di quanto ci stia bene sulla mia. Immobile,resto li,abbracciandoti senza chiedere il permesso,mentre mi domando se senti il battito del mio cuore. È assordante. Imbarazzante. Come fai a non sentirlo? Si getta con violenza sul mio sterno,quasi volesse raggiungerti attraverso tutte quelle ossa,tutti quei muscoli,tutta quella pelle,tutti quei vestiti.
Intossicata dalle endorfine cerco la donna adulta che credevo di essere:sento il rumore dei suoi tacchi sul suolo,mentre sta scappando via. Insicura,come una ragazzina,infilo le mani fredde sotto la tua maglia per farti ritornare da me:ti perdi nella tua testa e non so dove vai.

I rumori della città si insinuano in quella stretta e mi ricordo che intorno c’è un mondo di cui mi ero scordata: alberi,macchine,clacson fastidiosi,persone,cani,vita che i miei sensi si sono dimenticati di registrare. Per ore. La città è solo un luogo-potrebbe essere qualunque città-solo strade,asfalto per i nostri piedi veloci. Duecento muscoli per un passo,uno solo per raccontare tutte le parole,tutte le domande e le storie che finiscono per riempire il poco spazio che separa i nostri corpi.
Dita che si cercano,si mescolano, si confondono. La continuità di uno stimolo inibisce ogni reazione,ogni risposta:i recettori del tatto si adattano,smorzano ciò che sentono. È una forma di difesa che il mio corpo ignora ogni volta che le tue mani lo accarezzano.

La tua bocca si avvicina alla mia,sai cos’è un bacio? Ventinove muscoli facciali,cinque paia di nervi cranici,ossitocina,cortisolo,la pressione che si alza,le pupille che si dilatano,6 calorie consumate. Solo un bacio. Solo meccanica,chimica e saliva. Solo questo. Ma sino a quando non l’avrai dato,non ne puoi conoscere le conseguenze.

V.

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Solo una notte.

È sempre il vuoto che l’assenza del tuo peso lascia nel letto,a svegliarmi. Nel momento esatto in cui ogni centimetro della tua pelle cessa di toccare le lenzuola,io apro gli occhi.
“Tu hai lo sguardo pesante”,mi dici sempre. Lo senti addosso,lo senti aggrapparsi alla tua bocca,alla tua schiena,alle tue mani che frugano nel buio in cerca dei vestiti.

È l’unica cosa che permetto a me stessa, di attaccarsi a te.

Appoggio la schiena alla spalliera del letto – incastro le scapole nelle volute del ferro batutto- e ti osservo mentre,davanti a me,ti rivesti nel silenzio rotto solo dal fruscio dei vestiti sul tuo corpo.

Ti infili quelle stupide mutande,mentre il mio pensiero ci scivola dentro. Ancora e ancora.
Potrei fermarti.
Potrei dire,resta.
Rimango immobile.

E così la tua testa scompare nella maglia,per un istante- brevissimo- non mi vedi più. Forse,forse è in quel piccolo momento di buio che le mie labbra si muovono rapide e mute a dire, resta. Ma il tuo viso riemerge troppo tardi,per vederle.
Ti lancio i pantoloni buttati sul pavimento. Non faccio in tempo a sentirti ridere per la mia mira,che la cintura è già scivolata veloce nei passanti.

Mi guardi.

Se dicessi resta sentirei il tuo respiro sulla nuca per tutta la notte;se lo dicessi le nostre gambe,i nostri piedi si sfiorerebbero involontariamente nei movimenti lenti del sonno.
Se dicessi resta,la mia mano si aggrapperebbe alla tua Vita. Per tutta la notte. Per una sola notte.

Non ci si salva più,da sogni così.

Mi guardi.
Ti guardo.
“Okay”,dici. Con un tono che non è nulla,come noi.
La porta si chiude alle tue spalle,con un rumore sordo che lascia la stanza nel vuoto. Con dentro, me.

Resta. Solo una notte.

 

immagine dalla rete

 

 

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Vuoto chimico.

Il freddo graffia la pelle,ma non mi importa. Alzo lo sguardo verso il cielo e nuvole nere affogano nei miei occhi,poco più in là qualche raggio di sole cerca di farsi largo. Corro. Un piede davanti all’altro,con decisione. Il parco-immenso-è vuoto:solo io,il mio respiro,la tensione dei muscoli in contrazione. È una strada che conosco,che so dove mi porta,che mi ricorda di me stessa. Ora,alla mia destra,c’è il teatro,quel teatro che mi ha vista indossare maschere per gioco e non per necessità. Mi piaceva sentire il freddo del palco sotto i piedi nudi,i bisbigli del pubblico nel buio della sala,le luci accecanti dei fari. Vincevo le miei paure,vincevo me stessa.

Le scarpe da ginnastica vanno veloci,calpestano le foglie morte che ricoprono tutto,il teatro è già lontano,le nuvole si fanno sempre più vicine,come quell’angolo di parco che senti soffocante,ma non sai perchè. Ma prima, nascosto dai cespugli, c’è il tempietto diroccato dove hai lasciato tanti baci. Quanti baci si danno in una vita? Mai abbastanza. Che sono più di due labbra che si mordono e salive che si mischiano,sono un ‘grazie’,un ‘scusa’,un ‘ti amerò per sempre o per due minuti’. Una volta mi hanno detto che un bacio non si rifiuta,mai. E allora io che ho fatto?

E mi viene da sorridere ripensando a quella scena,ma il gelo entra nella mia bocca,nei polmoni ed il respiro quasi si congela in gola. Sento i muscoli tendersi e il corpo gridare ‘Basta!’,ma non mi fermo. Arrivo all’angolo buio. E li ci sono stata tanto tempo -nella vita- ad impacchettare emozioni,piegandole e stirandole con cura,per poi riporle in graziose scatole colorate. Penso a quanto mi piaccia il controllo,l’ordine. Penso al vuoto,quello chimico di cui ho avuto bisogno per gestire tutte quelle cose semplici,che per me erano difficilissime. Vuoto. Vuoto. Vuoto. E a volte mi manca.

C’è una luce strana,pallida che accarezza i colori autunnali di cui prima non mi ero nemmeno accorta. Vedo il mio fiato caldo colorarsi nel freddo. Sono quasi arrivata,manca solo il viale-quello lungo-quello che mi piace perchè ci sono i giochi per i bambini,gli stessi di quando ero abbastanza piccola da poterci salire. Mi ci portava mia madre,saliva addirittura sul trenino con me: un viaggio-di tre minuti-che mi sembrava eterno ed io non volevo stare così tanto tempo lontana da lei,passare nella galleria buia senza qualcuno accanto. Li dentro non riuscivo a vedere niente,il mondo fuori. Mia madre. Era come essere nel vuoto. E lo odiavo. Ironico.

Passo distrattamente davanti al caffè letterario,dove ho speso tanto tempo a farmi domande e bere caffè.

Sembra passata una vita,ma in realtà è stata solo una breve corsa.

 

V.

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Attraverso i tuoi occhi

Istanti di una vita impressi sulla carta. Colori opachi,sbiaditi dal tempo e dalla polvere mi raccontano storie della tua vita,storie che non mi hai mai raccontato. Con queste fotografie in mano,ritagli di vita,mi metto a guardare in un passato non mio. E ci ritrovo  ugualmente e sorprendentemente me stessa.

Ci sono volti che non conosco,indossano gli anni settenta sgargianti e ancora pieni di futuro. Sorridono dimentichi di chi li sta fotografando,presi da quel momento che ora durerà per sempre;che ora è tra le mie mani. Chi sono? Cosa ti hanno raccontato? Dove sono ora?

E vedo capelli biondi.Come i miei.

Praga,Londra,Lisbona,Parigi immortalate così quarant’anni fa mi sembrano le stesse città che ho visto anche io. Abbiamo visto gli stessi posti,pecorso le stesse strade separate solo dal tempo. Lontane,come lo siamo sempre state. I nostri occhi catturati dagli stessi colori e forme,le nostre mani strette in quelle di qualcun altro.

E i nostri capelli biondi.

Non è come guardarsi allo specchio,con te. Parliamo lingue nostre,spesso incomprensibili all’altra. È strano vederti indossare i miei anni mentre corri sulla spiaggia,seminando quel futuro doloroso che sembra rincorrenti. È strano vederti sorridere,essere te come io ora sono me.

Abbiamo visto lo stesso mondo,solo un po’ più giovane,solo un po’ più vecchio. E abbiamo sorriso nello stesso modo,prima che diventassi mia madre. E in quelle foto scolorite,siamo identiche.

V.

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