Smell like teen shit

Un giorno di seconda elementare,mentre tutta la classe era intenta a perfezionare il proprio corsivo,venne a salutarci l’obiettore di coscienza dell’anno prima. Tutti lo amavano: una sorta di Fonzie alto due metri,con l’accento del sud,capace di sollevare quattro o cinque bambini contemporaneamente e farli roteare come sacchi di patate. Per cui,appena apparve sulla soglia,l’intera classe-venticinque bambini sudici ed urlanti-si lanciò su di lui cercando di abbracciarlo e baciarlo. Anche la maestra fu tentata di gettargli le braccia al collo. Io me ne rimasi seduta al mio posto,a finire il compito. Osservavo i miei compagni saltarsi addosso e spintonarsi,cercando di rubare un abbraccio:una massa di coglioni. Ecco,magari non lo pensai proprio in questi termini-che le parolacce ancora non si potevano dire,ma mi sembrò,dall’alto dei miei sette anni,una cosa davvero stupida. La maestra mi guardava perplessa, dicendo,con tono quasi di scusa: “È proprio una bambina tranquilla,una bambina tanto speciale”, mentre la sua testa si muoveva ad indicare un no di disappunto. E per me,quella parola,iniziò ad avere un sapore strano. Rimandò tutti a posto, solo allora io mi alzai dal banco-ignorando lo sguardo perplesso  della maestra- e andai ad abbracciare l’obiettore. Un abbraccio tutto per me,senza bisogno di tirare i capelli a nessuno.

[Speciale si infiltra tra gli ingranaggi della tua testa, mutandone il senso di rotazione e la velocità di funzionamento. Speciale, resta li. E diventa strana, diventa sbagliata.]

Le feste di compleanno erano una tortura: che necessità avevano sempre tutti di correre, urlare e giocare a giochi sciocchi come quello delle sedie. Ve lo ricordate? Un cerchio di seggiole, sempre una in meno rispetto ai partecipanti, e quando la musica finisce c’è chi, inevitabilemente, rimane fuori. Un gioco crudele,un gioco al massacro,all’esclusione forzata: se non sei dentro,non sei nessuno,sei un perdente. Tutti intenti ad accaparrarsi la propria sedia,il proprio posto,per essere i numeri uno. Uno. Non è un numero estremamente triste? È così solo.
Costretta da mia madre a partecipare a questi eventi sociali, finivo per passare tutto il pomeriggio con la mamma del festeggiato,aiutandola nelle faccende domenstiche e facendomi pettinare i capelli, come con le bambole. Alla fine la madre d’adozione doveva spiegare alla madre naturale dello strano pomergiggio, un po’contenta della compagnia un po’ preoccupata per il mio comportamento. E mia madre,ormai abituata,rispondeva con un sospiro:”Sà,è una bambina tanto speciale!”.

[Perchè la tua musica è così incazzata? Perchè le tue idee pendono sempre dalla parte sbagliata, rifuggendo  un baricentro che non è altro che banalità? Perchè i tuoi vestiti sono impregnati dell’odore dell’insicurezza puttana? Perchè riusciresti ad annegare nelle parole scritte da altri, ma non riesci a usare l’inchiostro per qualcosa di tuo?]

La prima volta che misi un piede, rigorosamente scalzo, sopra un palcoscenico fu per caso,per aiutare un’amica rimasta senza attrice nel suo spettacolino liceale. Era una rivisitazione di un racconto di Virginia Woolf dal finale tragico con tanto di protagonista morta suicida, il che era davvero in linea con il personaggio che mi ritrovavo a vivere all’epoca. Ne fui così entusiasta da invitare perfino i miei genitori, tanto che la delusione nel non vederli tra il pubblico fu, ovviamente, immensa. Un banalissimo errore di lettura li aveva condotti nella sala sbagliata del teatro, facendoli assistere ad un saggio di Hip Hop. Ora, a parte il nesso tra uno dramma della Woolf e una danza al ritmo di rap (?) che mi sfugge, non mi sono mai capacitata del fatto che non solo non avessero notato l’assenza della propria figlia tra le ballerine, ma che avessero assistito all’intero spettacolo (facendone grandi elogi successivamente) non accorgendosi della palese incongruenza tra quello che avrei fatto e quello che, effettivamente, stavano guardando!
Oggi,a distanza di una decina d’anni,mia madre mi racconta dello splendido spettacolo di Hip Hop al quale ha assisito la sera precedente. “Ho detto ad Alle (moroso di madre ndr) che anche tu un tempo hai fatto uno spettacolo simile.” “No,mamma io al massimo ho fatto danza moderna,mai quella roba li. Ti confondi”. “Ma se ti dico che mi ricordo di essere venuta a vederti!” “Già,peccato non fossi io.” “Ah giusto”. Ma non è finita qui. Tentando di salvarsi dalla gaffe ha iniziato a ricordare i miei spettacoli di teatro: “Si,quella volta siamo addirittura venuti a Fontanellato per vederti!” “No,mamma ancora una volta non ero io. Era S.”
Sono stata il fantasma di una figlia mai realmente nata nè vissuta. Di colori sbiaditi si tingevano le mie anzioni e le mie parole.

[Ho consumato pelle, sprecato sonno, vestito maschere deformanti contorni ed emozioni. Ho cercato di essere qualcosa, di assumere limiti che mi permettessero di inserirmi nel puzzle.]

Mi ci è voluto tempo e delusioni per capire che io un pezzo di puzzle non lo sarei mai stata nè avrei mai voluto esserlo. Io voglio essere l’immagine sulla scatola, quella integra, senza crepe nel mezzo,senza bisogno che qualcuno incastri tutti i frammenti per farne un intero.
Si capisce che l’importante non è la scelta che si fa, ma la possibilità di poter scegliere senza sentirsi costretti da nessuno, senza essere guidati dal bisogno di affetto o approvazione perchè quella,cari miei,non è scelta.
Si è molto soli nel voler gridare le proprie ragioni. Ci si diverte come pazzi quando si è sempre ‘contro’. Molte saranno le etichette che verranno appese ai vostri credo,molti saranno i tentativi di darvi una forma.
Urlate i vostri difetti cosicchè nessuno possa accusarvi di mancata perfezione.
Mordete le malelingue, fatele sanguinare così avranno qualcosa di cui (s)parlare finalmente. Sempre che ci riescano ancora.

[Starmi lontano è un’ ottima decisone, la mia vicinanza provoca riflessioni.
Sono malsana, metto il dito nel vasetto della Nutella, ho opinioni solo su ciò che so, mi sbilancio solo se ritengo la cosa importante e nulla lo è mai troppo per me, sono impegnativa, insofferente, mi annoio facilmente, mi astengo dal combattere battaglie non mie, non so stirare le camice e Oh well,whatever, nervemind]

immagine dalla rete

V.

Categorie: Compilation, Parole che sembrano racconti | Tag: , , , , , , , , , , , , , | 35 commenti

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35 pensieri su “Smell like teen shit

  1. Occhei, è chiaro… Non bisogna dirti che sei una bimba speciale (?)

  2. Da piccola, odio tantissimo anche io le feste di compleanno.
    Solo che non avevo lunghi capelli da pettinare, mi buttavo direttamente sul buffet.
    Devo dire che crescendo la cosa non è cambiata di molto!

    Comunque post molto, molto bello.

    Ti porgo un vasetto di Nutella.
    Ci infiliamo le dita assieme?

  3. umanoalieno

    Non eri strana, eri diversa. La colpa è di quelli che non l’hanno capito. La paura è di quelli che non riescono a vedere oltre i loro occhi.
    Frase fatta, ma non so cos’altro dire per farti sapere che sono con te: fatti forza.

    • Nono ma mi hai frantesa!
      Anche se a volte ha fatto male,anzi spesso,alla fine inizi ad essere fiera di essere ‘speciale’!🙂

      • umanoalieno

        Lo so, perchè ci sono passato… ma, come hai detto, ha fatto male. E sono cose che non auguri a nessuno

      • Lo so che ci sei passato,si sente in ogni parola che digiti.
        E so che ha fatto male e magari fa ancora male. Ma bisogna pur trarre qualche vantaggio da tutto questo dolore.

      • umanoalieno

        Sicuramente🙂 se siamo qua, entrambi, vuol dire che, quel qualcosa di buono, è stato trovato🙂

      • Bravo!;)

  4. Complimenti! Sono restata incollata … e concordo con te in merito a *quella parola …

  5. Dici bene quando dici di mostrare i propri difetti, di utilizzarli per far sanguinare le malelingue, ma questo tuo articolo mi ha lasciato una sensazione strana addosso.

  6. Che a me senza elenchi, ma così, piaci da morire

  7. ultimamente sto vivendo un periodo come quello da te descritto nell’ultima parte del post (ogni volta davvero unico e fantastico).
    mi annoio facilmente, è meglio starmi alla larga, in quanto a imperfezione l’ho messa ben in vista e ancora devo lavorarci sopra.

    comunque ancora complimenti, leggerti è come fare un viaggio attraverso i tuoi occhi, le parole si trasformano in immagini.

    • Secondo me il segreto sta nel rendere la propria imperfezione punto di forza.
      E tu hai preceduto di molto,con la tua splendida idea sugli autoritratti,le mie considerazioni. (Quando continui!?)
      Grazie per tutti i complimenti!

      • devo continuare. ne sento il bisogno ma alle volte mi mancano le forze. ma continuerò🙂

  8. Direi intenso. E molto bello!

  9. cosa rara e preziosa: “ho opinioni solo su quello che so”

  10. Complimenti, mi piace molto leggerti…

  11. Ultimamente sono finito a decidermi… a riaprire un blog. Credo sia successo perchè dentro mi montano noia e rabbia per sogni infranti! A ME MI – e che cazzo ogni tanto ci sta – chiamavano Ometto da piccolo… ha portato malissimo!

  12. Uno apre un blog perchè qualcosa nell sua vita si è spezzato. Ed è fantastico avere un posto dove ‘IO’ sia la parola predominante!

  13. firesidechats21

    V. non delude mai *-*

  14. “…mi annoio facilmente, mi astengo dal combattere battaglie non mie, non so stirare le camice…” e probabilmente ancora non balli ancora lo hip hop. Però sei una straordinaria affabulatrice!🙂

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