Articoli con tag: famiglia

A 6223 km da casa

Ho scoperto cosa vuol dire aver nostalgia di casa. Proprio io che posseggo la più grande capacità di autocensura dei sentimenti. Invece è sgusciata via – infida –  da quel mio piccolo buco nero in cui tendo a buttare ciò che non deve essere mostrato o affrontato. Non si vive male qui, anzi. Non riesco solo a crearmi una quotidianità, una casa fatta non di pareti ma di abitudini, amicizie, luoghi famigliari. Non riesco perchè una piccola parte di me non vuole, è quella parte che ancora non accetta di essere qui e continua a fare a botte con la realtà. Poi c’è il resto di me: e quella è la parte più complicata da portarsi dietro. Complicata perchè ci sono cose che per me sono imprese titaniche, mentre per altri sono semplicissime. E io li invidio tantissimo. Presa coscienza di non poter essere come tali esemplari magnifici della razza umana – altresì detti estroversi – devo arrabattarmi con ciò che ho: la timidezza, la paura di fare figuracce e un inglese che mi muore in testa se vado troppo in panico (quindi spesso). Però si va avanti.

Si fanno PIANI. I miei piani sono sempre meticolosi e ben strutturati: non potete immaginare quanto mi ci aggrappi e quanto tenda a difenderli anche dal benchè minimo cambiamento. Poi c’è la Vita che quando vede un piano ben fatto – specialmente se mio – si diverte un mondo a prenderlo a sprangate. Me la immagino proprio vestita all’ Arancia Meccanica a frantumare tutti i piani ben congegnati che trova sul suo cammino. Che ci vuoi fare? Piangi, ti lamenti, ma in fondo vai avanti e fai quello che devi fare.

Questo è diventare adulti, credo. Perchè io in fondo mi sento ancora quella sedicenne impacciata e strana che non riusciva mai ad inserirsi. Ed ora che per la società sono ufficialmente, inesorabilmente, definitivamente, adulta mi porto  sulle spalle la me con la maglietta gigante dei Nirvana. Quella me pesa: quella me rimane nelle mie scelte di essere sempre ‘un po’ diversa’. Prendo posizioni e le mie posizioni sono sempre nette: mi rendo conto che non è facile farsi degli amici se si è così intransigenti. Però si è fedeli a se stessi e non ad un pubblico che si incanta con delle false verità su se stessi.

 

V.

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Smell like teen shit

Un giorno di seconda elementare,mentre tutta la classe era intenta a perfezionare il proprio corsivo,venne a salutarci l’obiettore di coscienza dell’anno prima. Tutti lo amavano: una sorta di Fonzie alto due metri,con l’accento del sud,capace di sollevare quattro o cinque bambini contemporaneamente e farli roteare come sacchi di patate. Per cui,appena apparve sulla soglia,l’intera classe-venticinque bambini sudici ed urlanti-si lanciò su di lui cercando di abbracciarlo e baciarlo. Anche la maestra fu tentata di gettargli le braccia al collo. Io me ne rimasi seduta al mio posto,a finire il compito. Osservavo i miei compagni saltarsi addosso e spintonarsi,cercando di rubare un abbraccio:una massa di coglioni. Ecco,magari non lo pensai proprio in questi termini-che le parolacce ancora non si potevano dire,ma mi sembrò,dall’alto dei miei sette anni,una cosa davvero stupida. La maestra mi guardava perplessa, dicendo,con tono quasi di scusa: “È proprio una bambina tranquilla,una bambina tanto speciale”, mentre la sua testa si muoveva ad indicare un no di disappunto. E per me,quella parola,iniziò ad avere un sapore strano. Rimandò tutti a posto, solo allora io mi alzai dal banco-ignorando lo sguardo perplesso  della maestra- e andai ad abbracciare l’obiettore. Un abbraccio tutto per me,senza bisogno di tirare i capelli a nessuno.

[Speciale si infiltra tra gli ingranaggi della tua testa, mutandone il senso di rotazione e la velocità di funzionamento. Speciale, resta li. E diventa strana, diventa sbagliata.]

Le feste di compleanno erano una tortura: che necessità avevano sempre tutti di correre, urlare e giocare a giochi sciocchi come quello delle sedie. Ve lo ricordate? Un cerchio di seggiole, sempre una in meno rispetto ai partecipanti, e quando la musica finisce c’è chi, inevitabilemente, rimane fuori. Un gioco crudele,un gioco al massacro,all’esclusione forzata: se non sei dentro,non sei nessuno,sei un perdente. Tutti intenti ad accaparrarsi la propria sedia,il proprio posto,per essere i numeri uno. Uno. Non è un numero estremamente triste? È così solo.
Costretta da mia madre a partecipare a questi eventi sociali, finivo per passare tutto il pomeriggio con la mamma del festeggiato,aiutandola nelle faccende domenstiche e facendomi pettinare i capelli, come con le bambole. Alla fine la madre d’adozione doveva spiegare alla madre naturale dello strano pomergiggio, un po’contenta della compagnia un po’ preoccupata per il mio comportamento. E mia madre,ormai abituata,rispondeva con un sospiro:”Sà,è una bambina tanto speciale!”.

[Perchè la tua musica è così incazzata? Perchè le tue idee pendono sempre dalla parte sbagliata, rifuggendo  un baricentro che non è altro che banalità? Perchè i tuoi vestiti sono impregnati dell’odore dell’insicurezza puttana? Perchè riusciresti ad annegare nelle parole scritte da altri, ma non riesci a usare l’inchiostro per qualcosa di tuo?]

La prima volta che misi un piede, rigorosamente scalzo, sopra un palcoscenico fu per caso,per aiutare un’amica rimasta senza attrice nel suo spettacolino liceale. Era una rivisitazione di un racconto di Virginia Woolf dal finale tragico con tanto di protagonista morta suicida, il che era davvero in linea con il personaggio che mi ritrovavo a vivere all’epoca. Ne fui così entusiasta da invitare perfino i miei genitori, tanto che la delusione nel non vederli tra il pubblico fu, ovviamente, immensa. Un banalissimo errore di lettura li aveva condotti nella sala sbagliata del teatro, facendoli assistere ad un saggio di Hip Hop. Ora, a parte il nesso tra uno dramma della Woolf e una danza al ritmo di rap (?) che mi sfugge, non mi sono mai capacitata del fatto che non solo non avessero notato l’assenza della propria figlia tra le ballerine, ma che avessero assistito all’intero spettacolo (facendone grandi elogi successivamente) non accorgendosi della palese incongruenza tra quello che avrei fatto e quello che, effettivamente, stavano guardando!
Oggi,a distanza di una decina d’anni,mia madre mi racconta dello splendido spettacolo di Hip Hop al quale ha assisito la sera precedente. “Ho detto ad Alle (moroso di madre ndr) che anche tu un tempo hai fatto uno spettacolo simile.” “No,mamma io al massimo ho fatto danza moderna,mai quella roba li. Ti confondi”. “Ma se ti dico che mi ricordo di essere venuta a vederti!” “Già,peccato non fossi io.” “Ah giusto”. Ma non è finita qui. Tentando di salvarsi dalla gaffe ha iniziato a ricordare i miei spettacoli di teatro: “Si,quella volta siamo addirittura venuti a Fontanellato per vederti!” “No,mamma ancora una volta non ero io. Era S.”
Sono stata il fantasma di una figlia mai realmente nata nè vissuta. Di colori sbiaditi si tingevano le mie anzioni e le mie parole.

[Ho consumato pelle, sprecato sonno, vestito maschere deformanti contorni ed emozioni. Ho cercato di essere qualcosa, di assumere limiti che mi permettessero di inserirmi nel puzzle.]

Mi ci è voluto tempo e delusioni per capire che io un pezzo di puzzle non lo sarei mai stata nè avrei mai voluto esserlo. Io voglio essere l’immagine sulla scatola, quella integra, senza crepe nel mezzo,senza bisogno che qualcuno incastri tutti i frammenti per farne un intero.
Si capisce che l’importante non è la scelta che si fa, ma la possibilità di poter scegliere senza sentirsi costretti da nessuno, senza essere guidati dal bisogno di affetto o approvazione perchè quella,cari miei,non è scelta.
Si è molto soli nel voler gridare le proprie ragioni. Ci si diverte come pazzi quando si è sempre ‘contro’. Molte saranno le etichette che verranno appese ai vostri credo,molti saranno i tentativi di darvi una forma.
Urlate i vostri difetti cosicchè nessuno possa accusarvi di mancata perfezione.
Mordete le malelingue, fatele sanguinare così avranno qualcosa di cui (s)parlare finalmente. Sempre che ci riescano ancora.

[Starmi lontano è un’ ottima decisone, la mia vicinanza provoca riflessioni.
Sono malsana, metto il dito nel vasetto della Nutella, ho opinioni solo su ciò che so, mi sbilancio solo se ritengo la cosa importante e nulla lo è mai troppo per me, sono impegnativa, insofferente, mi annoio facilmente, mi astengo dal combattere battaglie non mie, non so stirare le camice e Oh well,whatever, nervemind]

immagine dalla rete

V.

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Ancora 5 minuti,mamma!

Ho capito di essere diventata grande quando ho smesso di accorgermi dell’inizio dell’estate. È stato tutto molto rapido-come osservare distrattamente l’orologio notando che è troppo tardi per fare qualcosa,ma troppo presto per fare altro. L’ho sempre saputo di aver perso qualche anno per strada,assumendomi responsabilità che non mi competevano,ma vederlo inciso nel tempo e,di conseguenza,su me stessa ha avuto un certo effetto.
Oggi il mio umore è pessimo:ho lasciao un cielo azzurro per uno pieno di nuvole,opprimente. Andarmene mi ricorda sempre che devo pure tornare.
Qualche settimana fa ho letto del dispiacere negli occhi di mia nonna nel sentirmi dire che, forse, avrei chiamato casa un posto molto molto lontano da qui. Il suo dolore era muto,mascherato da un sorriso che non poteva però nascondere quello sguardo che lei fa-rapido,rapidissimo,convinta che nessuna la veda-quando qualcosa le arreca dispiacere. Non dice nulla,sa che le parole sono peggio delle catene. Lo sa bene anche mia madre,ma questo non l’ha fatta mai desistere dal parlare. Mai. È incredibile la sua capacità di far leva sui sensi di colpa,sensi di colpa esclusivamente miei visto che mio fratello se ne guarda bene dal sentirsi in quache modo toccato da qualsivoglia situazione. Gli dico che non solo si comporta come una testa di cazzo,ma la sta pure diventando. In realtà è solo un bene,soffrirà di meno e avrà sempre la pappa pronta,perchè è così che va. Nelle ultime settimane l’avrò visto per un monte ore di circa 3. È che mi dispiace,mi sembra che sia colpa mia.
Amica1 di Madre:”Ma non sai dov’è tuo fratello?No?Non te ne preoccupi,eh?”
Amica2 di Madre (messa al corrente del concerto degli Aerosmith):”Certo che tua figlia non si fa mancare proprio nulla!” Disse quella che comprò la casa alla figlia e vive senza fare un tubo. Vabbè io ci rido su.
In compenso mi è tornata voglia di scrivere,scrivere davvero e non questi post idioti. E,anche se non si direbbe,mi è passata quella di raccontare di me qui (ma tanto sappiamo tutti che continuerò a farlo).
Ho scoperto un mio terribile difetto:mi affeziono alle persone. Nonostante le cure fatte in precedenza la malattia si è ripresentata. Mi trovo insopportabile,dico davvero.
La sveglia alle 5.30 non fa decisamente per me. Nè per la qualità dei miei post.

V. (Abbronzatisssssima!)

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Sei pur sempre mia madre

Sento la porta di casa aprirsi,i tuoi tacchi calpestano sicuri il marmo di casa. Seguo il loro rumore per un po’ senza dire nulla,apetto nascosta sotto le coperte con il corpo che brucia per la febbre. Ed inizi a gridare. Non ho fatto nulla,oggi. I piatti sono ancora da lavare,il frigo è vuoto e la lavatrice aspetta di essere riempita. Urli da un capo all’altro della casa,ma le tue parole si confondono con quelle dette tanti anni fa. Eravamo nella mia stanza e tu tiravi fuori dall’armadio,gettandoli sul letto,i miei vestiti. E non capii subito cosa volessi fare:vedevo volare i jeans stracciati,le mie gonne lunghe e nere,la mia maglietta dei Nirvana due taglie più grandi. E ti guardavo,senza dire niente-perchè non trovavo nulla di sensato da dire-sino a quando non gettasti tutto in un sacchetto. E gridai io,quella volta. Che quelli erano la sola cosa che avevo per nascondermi,per essere me,per non essere come gli altri. Ma tu continuavi a gettarli via,dicendo che mi faceano ancora più grassa di quello che ero,che nessuno sano di mente si sarebbe sognato di andare in giro così. Avevo 15 anni e non sapevo come nascondermi,dove nascondermi. Ma tu eri sorda -la sei sempre stata-alle mie ragioni. Hai sempre voluto una figlia che in realtà non esiste.

E gli anni sono passati,i vestiti sono diventati più stretti e più alla moda.Proprio come volevi tu. Sono sempre maschere,non lo vedi?Cambia solo il colore. E ci sono volte in cui ho bisogno di sentirmi le ossa,di sapere che sono li:la clavicola,le coste-si riescono quasi a contare-e le ossa iliache,le mie preferite,quelle per le quali lotto da una vita contro il mio corpo. E sono li. Ci sono. Anche ora,sotto la pelle che scotta,sotto le mie dita incredibilmente gelate. “Perchè non ti metti questi pantoloni?” “Perchè sono quasi due taglie in più.” “Ti metti una cintura” “Ma mi starebbero larghi nelle gambe,sembrerei più grassa di quella che sono” “Di certo non hai le gambe più magre delle mie!” Ossa. Eccole.

E non sono abbastanza brava.

Abbastanza intelligente.

Abbastanza capace di fare qualsiasi cosa.

Non ho interessi.

Non faccio sport.

Faccio troppo sport.

Non faccio mai nulla.

Passo le giornate a guardare il soffitto.

Non esco mai.

Esco troppo.

Mi lavo troppo.

Non studio mai.

Studio sempre.

Mangio troppo.

Mangio troppo poco.

E che sei pur sempre mia madre. E io faccio i salti mortali per essere all’altezza. Per essere un’ adulta responsabile da quando ho 17 anni,a consolarti,a consolarmi,a consolare tutti. E ci provo ad essere una brava madre (di figli non miei),una brava figlia,sorella,studentessa,amica,fidanzata,nipote,vicina,cliente,casalinga,lavandaia,elettrice,cittadina…

Sei pur sempre mia madre,ma ho la febbre. Oggi sarò solo V.

Come sempre,

imperfetta.

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Attraverso i tuoi occhi

Istanti di una vita impressi sulla carta. Colori opachi,sbiaditi dal tempo e dalla polvere mi raccontano storie della tua vita,storie che non mi hai mai raccontato. Con queste fotografie in mano,ritagli di vita,mi metto a guardare in un passato non mio. E ci ritrovo  ugualmente e sorprendentemente me stessa.

Ci sono volti che non conosco,indossano gli anni settenta sgargianti e ancora pieni di futuro. Sorridono dimentichi di chi li sta fotografando,presi da quel momento che ora durerà per sempre;che ora è tra le mie mani. Chi sono? Cosa ti hanno raccontato? Dove sono ora?

E vedo capelli biondi.Come i miei.

Praga,Londra,Lisbona,Parigi immortalate così quarant’anni fa mi sembrano le stesse città che ho visto anche io. Abbiamo visto gli stessi posti,pecorso le stesse strade separate solo dal tempo. Lontane,come lo siamo sempre state. I nostri occhi catturati dagli stessi colori e forme,le nostre mani strette in quelle di qualcun altro.

E i nostri capelli biondi.

Non è come guardarsi allo specchio,con te. Parliamo lingue nostre,spesso incomprensibili all’altra. È strano vederti indossare i miei anni mentre corri sulla spiaggia,seminando quel futuro doloroso che sembra rincorrenti. È strano vederti sorridere,essere te come io ora sono me.

Abbiamo visto lo stesso mondo,solo un po’ più giovane,solo un po’ più vecchio. E abbiamo sorriso nello stesso modo,prima che diventassi mia madre. E in quelle foto scolorite,siamo identiche.

V.

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Sono solo le tre

Le tre. Lancette immobili segnano la stessa ora ormai da giorni,da mesi. Non hai voluto che sostituissero l’orologio,dicevi di sentirti più sicuro lontano dal tempo che passa,avvolto in quella staticità fittizia che tutto sospendeva e allontanava. Parlavi con una voce bassa e roca,non tua. Non eri più tu,ma questo non era necessariamente un male.
Ci siamo odiati per così tanto tempo che la prima volta che sono entrata in questa stanza speravo fossi morto. Trovavo estremamente ironico che ti fossi ricordato di chiamare me,la persona di cui ti eri sempre scordato ed ero pronta a ricambiarti con la stessa carta,forte della vita che mi ero costruita da sola e che avrei potuto sbatterti in faccia. Non mi aspettavo di trovarti così. Fragile,vecchio,incapace anche di respirare da solo. Puzzavi. Non ti eri mai occupato di me ed ora,senza chiedere per favore,mi presentavi quello spettacolo pietoso e sapevi che non avrei mai risposto di no a quella domanda che non ti eri nemmeno preso la briga di pormi.

Le tre. Sempre le tre. Cercai di scandire il tempo con il mio respiro,ma nulla andava avanti. O indietro.

Sono rimasta immobile come quell’orologio per anni. Ti aspettavo. Rendevo impeccabile la mia vita solo per mostrartela,così saresti stato fiero,così saresti rimasto. Anni d’attesa,aspettando che mio padre si accorgesse di me. Anni di telefonate il giorno dopo il mio compleanno perché credevi che fosse quella la data giusta,anni di tempi sbagliati,di recite non viste,di notti lasciata da sola a casa perché tu non potevi badare a me,anni di speranze tradite,di abbracci agognati e di domande a cui non ho mai avuto risposta.

In quella stanza senza tempo ero ritornata la bambina in attesa. Ti domandavo:”Dove sei stato?” quando avrei voluto chiederti.”Perché non eri con me?”. E mi parlavi dei tuoi viaggi,della vita che avevi vissuto,del tempo che era trascorso sulla tua pelle rendendola rugosa e grigia. E io non c’ero. Mai. Sono sempre stata solo l’ombra di un errore. Ma ero li. Era deprimente osservarti nel sonno,vedere la tua pelle grinzosa piena di ematomi,di aghi e di cerotti;sentire il rantolo che era diventato il tuo respiro riempire questa stanza come se fosse l’unico suono udibile. Ma tu queste cose non le hai mai sapute,perché in quella stanza io ero la bambina in attesa e tu il padre assente,della donna che sono diventata nemmeno una traccia. Come sapevi annientarmi tu non lo sapeva fare nessuno.

Sono le tre. Ed erano le tre quando sono entrata questa mattina nella stanza e ho visto il letto vuoto. Erano sempre le tre quando ho capito che il vuoto di quel letto non si sarebbe mai più colmato come il vuoto che ho nel petto. Le tre quando mi scese la prima lacrima,le tre quando tutte le altre – bloccate da anni nei miei occhi così uguali ai tuoi – decisero di scendere tutte insieme ed inondare le mie guancie,i miei vestiti e la poltrona su cui sono seduta ormai da ore.

Sono solo le tre. Ho tempo per ritornare la donna che sono,ho tempo per essere ancora quella bambina in attesa, in questa stanza immobile e sospesa. Ormai aspetterò per sempre.

V.

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Soffocare.

A volte i miei polmoni si dimenticano di lavorare. Restano li,immobili,intrappolati in quella gabbia di ossa e muscoli. È in giorni così che ho bisogno di prendere un foglio,di prendere delle parole e usarle per scandire ciascun atto respiratorio.

Passo 1. Ricordati di respirare

Passo2. Ricordati di respirare

Passo 3. Ricordati di respirare

Passo 4. Alzati e vai in palestra

Passo 5. Troppe volte nella mia vita ho desiderato di essere morta

Passo 6. “Un giorno questo dolore ti sarà utile”. È una cazzata. Corrode. Corode parti di te che non tornano più e ne scopre altre,tremende. Corrode la serenità,i sorrisi. Corrode la libertà di andare a mangiare del sushi senza scatenare un putiferio.

Passo 7. Mi viene da vomitare

Passo 8. Mi sento a casa in luogh strani. In ospedale. In palestra.

Passo 9. Voglio avere l’età che ho. Rivoglio i miei 16 anni.

Passo 10. Vorrei essere uno sciovolo. Così tutto mi scivolerebbe addosso.

Quando lei sta troppo in casa io finisco inevitabilmente per stare male. Ci provo ad arginare i danni,gli errori della mia persona,ma a quanto pare sono troppi. Incontenibili. Non basta fare tutto. Spesa,stendere,veterinario,medico,revisione della macchina,no…non devi uscire troppo,non devi andare a mangiare il sushi,non devi andare ai concerti,non devi andare via perchè prima si deve organizzare lei poi puoi fare tutti i progetti che vuoi.Che però non puoi fare perchè a casa c’è una cosa chiamata cane e un’altra fratello minorenne. È avvilente. Io mi sento costantemente in colpa e mi sforzo di fare di più,ma a volte il di più diventa troppo.

Passo 11. Cos’è un complimento?

Passo 12. Ormai so che il momento in cui tutto è iniziato a precipitare è stato tre anni fa. Altrimenti non mi racconteresti di mariti e moglie infedili e di matrimoni durati solo nove mesi.

Passo 13. Il mio dolore non è mai stato importante. “Tutti soffrono”,”Tutti hanno avuto un’adoloscenza problematica”,mi diceva. Ma allora perchè la tua sofferenza deve essere sempre maggiore e specialmente più importante della mia? Perchè per me dev’essere colpa e per te scusa?

Oggi avrei voluto stare sotto le coperte e piangere. Piangere. Piangere.

La soluzione sarebbe vivere con mio padre. Ma come faccio?Dovrei dividere la casa con quella troia russa. Non respirei comunque. Se mi volesse-mio padre intendo-magari sarebbe meglio che qui.

Non posso nemmeno farmi la doccia senza che lei mi faccia notare che ne faccio troppe. Ho smesso di cucinare per non sentirla più,ma non posso smettere di lavarmi. Come non posso smettere di leggere o di uscire con gli amici per permettere a lei di uscire,non posso smettere di avere una relazione seria o di fare progetti con A. per non vedere le sue espressioni perplesse e non sentire le sue frasi acide.

Sta arrivando un temporale. E stranamente mi piace.

V.

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Carta velina.

Geriatria.

Alle 8.30 del mattino c’è silenzio, solo qualche mugolio non proprio sommesso della signora del letto 21 pervade il reparto. Continua così,ininterrottamente,da giorni e ormai quei lamenti sono divenuti parte della routine: prendi le pressioni,la saturazione,[lamenti]la frequenza,giro con il professere,[lamenti],rispondi o non rispondi alle domande,[lamenti],tenti una diagnosi,fai test midi,[lamenti]cerchi qualcuno che ti spieghi le centinai di cose che non sai.

Parte dei pazienti è in ospedale per restarci e quando usciranno lo faranno in posizione orizzontale. Molti non capisco cosa succeda intorno a loro,ma capiscono che sono ormai alla fine. In realtà lo vogliono. Non è facile stare accanto a qualcuno che ti chiede di morire,che urla “Maria non riesco a morire!”,che ti prende la mano-sebbene non capisca chi tu sia-e la stringe puntandoti quegli occhi lattiginosi nei tuoi,pregandoti. E tu sai per cosa,ma non puoi. Puoi solo sorridere ed accarezzarli,come bambini,come cuccioli.

Hanno pelle come carta velina. A volte gli sfiori e l’impronta rimane su di loro,come un segno di vita su un corpo morto. Temi che si sgretoleranno tra le tue mani. Premi con forza la pompetta dello sfigmomanometro e più questo si stringe attorno a quel braccio di carta,più sei sicuro che sentirai da un momento all’altro il rumore della pelle che si lacera.

Tra badanti,fisiologiche,infermiere isteriche,cateteri e arti amputati c’è anche Amore,nel reparto di geriatria. C’è chi,alla domanda:”Che giorno è oggi?” ti risponde:”È il mio quarentesimo anno di matrimonio!”. C’è chi,con il peso degli anni addosso,si prende cura della moglie. Tutte le mattine si china,lentissimamente,su di lei per imboccarla,le sistema i cuscini,le accarezza i cappelli. Ogni gesto sembra durare un’eternità,sembra costare tutta l’energia di quel marito. La moglie non è neanche in grado di accorgersi chi è accanto a lei. Mi chiedo se un giorno ci sarà qualcuno accanto a me,ad amarmi in quel modo. Mi chiedo se i mei sogni-troppi e troppo grandi-non imploderanno e alla fine resterò sola in quel letto con accanto solo la badante russa che accuserò di volermi uccidere.

Oggi mi è successa una cosa strana. Stavo (cercando) di fare l’esame obiettivo ad una signora (tradotto: la stavo usando un po’ come cavia,tastandola in varie parti e cercando di auscultare qualche movimento peristaltico),nel mentre le appoggio una mano sulla spalla,lei si discosta. Temendo di averla infastidita,dato la sua nota diffidenza,mi scuso,ma lei mi prende la mano,me la bacia e mi dice grazie,grazie,grazie.

Forse qualche pezzo di me sta tornando a posto.

V.

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Biadesivo.

Piove. E sembra piovere da anni.

Non si capisce nemmeno più se stia piovendo dento o fuori.

È incredibile come ci si abitui alle cose,alle situazioni. Fatico a ricordare quando i miei stavano insieme,la quotidianeità di una famiglia intera. Ora vivo tra due case,tra sacchetti pieni di vestiti che mi trascino da un’abitazione all’altra,come una profuga. Agli inizi mi sono sentita così,un po’ smarrita,un po’ divisa. È buffo pensare come anche le azioni più semplici, come comunicare qualcosa, diventino complicate. Per esempio io devo ripetere le cose due volte e spesso mi scordo a quale dei due genitori l’ho detto così immancabilmente uno ne rimane all’oscuro. Poi, essendo io la figlia maggiore,divengo l’ambasciatore ufficiale delle notizie più disparate: “Di al papà di dire a tuo fratello di farsi la doccia”, “Di a tua mamma che il we siete con lei/con me”, “Di anche tu al papà la cosa x così la magari capisce che non sono pazza!”. Io faccio una bella scrematura,cambio qualche parola qua e là e quando mi gira o quando è strettamente necessario lo comunico al diretto interessato. Perchè la faccenda dell’ambasciatore che non porta pena non è mica tanto vera! Io non ho mai preso parti. È stata molto dura,specialmente perchè la colpa è tanto grossa quanto evidente,ma non ce l’ho fatta. Io sto ai margini,ascolto,ma non parlo,non giudico. E non crediate che questo sia un comportamento maturo,la mia è solo paura. Per me. Restare in disparte,ad osservare,è ciò che so fare meglio. Mia madre,forse giustamente,non me l’ha perdonato e tutt’ora tende a rinfacciarmi questa storia. Avrei dovuto difenderla,avrei dovuto dire qualcosa,insultare mio padre…non lo so nemmeno io veramente.

Quel giorno ero terrorizzata.Sono andata da lui in ufficio,aveva gli stessi abiti del giorno prima,stroppicciati e gli occhi gonfi. Ha cercato di spiegarmi,anche se di spiegazioni,specialmente quelle piene di balle,non ce n’era bisogno. Non dissi nulla-non piansi nemmeno-per diversi minuti. “Perchè a proprio a me?” fu la sola cosa uscì dalla mia bocca e non solo quel giorno,ma negli anni successivi. Ho impacchettato il tutto e l’ho depositato il quel posticino dove non è proprio il caso di guardare. E mia madre mi domanda perchè,perchè non parlo con mio padre,perchè non parlo per accusarlo,per usarlo,per difenderla.

Il posticino in cui non è proprio il caso di guardare si aprirebbe e tutto il putridume lasciato a macerare per anni ne uscirebbe e annegherei in lui.

La verità è che a me non importa,ha smesso di importarmi tanto tempo fa. È successo quel sabato,quando sono tornata a casa nel tardo pomeriggio,e li ho visti parlare seduti al tavolo. Parlavate. Ho capito che era finita,che non sarebbe più stato come prima. Ho preso mio fratello e l’ho portato a fare un giro,ho preso i miei sedici anni e gli ho trasformati in quarant’anni. E niente ha più avuto importanza.

Non ho mai pianto. Mai. Ve lo giuro.

E non soffro nemmeno più tanto. Ve lo giuro.

Quasi un anno fa ho scritto un post molto simile a questo. Rileggendolo ho scovato non solo un contenuto pressochè analogo,ma espressioni davvero molto simili a quelle usate qui,tutto ciò del tutto involontariamente. Nel vecchio post concludevo elogiando la famiglia di A.,quasi preferissi la sua alla mia. Vorrei ritrattare il tutto,non perchè non pensi più ciò che ho scritto,sia chiaro,ma perchè non si può sempre buttare via ciò che si rompe. La mia famiglia è un disastro,è complicata,è crudele,è piene di errori e di parole che fanno male. A volte vorrei scappare,vorrei andarmene e non sentire più nessuno,ma in realtà tutti quei cocci che tanto disdegno io gli ho raccolti,uno per uno.  Sapete cosa sono io? Io sono la colla. Sono quella che tiene insieme i cocci,anche se questi continuano a staccarsi. E l’ho capito tempo fa,in un discorso con A. che un po’ mi ha ferita: non lasciarei mai la mia famiglia per un’altra. Se lo facessi ho come l’impressione che si disgregherebbe,che i cocci si allontanerebbero troppo,si perderebbero.

Sono una nastro biadesivo. I cocci delle mia famiglia da una parte,i cocci di me stessa dall’altra. Ed in mezzo,io.

V.

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I Will Tear Me Apart.

È qualcosa che conosco bene. Non credevo che sarebbe tornato, non così forte,non così disperato. Dopo tutto questo tempo,oltretutto. Ma l’errore più grande sta nel credersi guariti,nel credersi diversi.

Si inizia da un pianto,uno piccolo,innocente. Ma alla fine non sei più in grado di fermarti e piangi mentre ti lavi i denti, mentri dormi,mentre guidi sotto la pioggia così proprio non vedi nulla,mentre ti guardi allo specchio. Sempre in silenzio,ovviamente. Sempre nascondendoti,controllando il respiro e i singhiozzi. Sabato me n’è sfuggito uno,è scivolato via dalla mia bocca senza che potessi fermarlo. Mio padre mi ha sentita e io non ce l’ho più fatta a trattenermi. Mi ha guardata spaesato,si è alzato e in maniera un po’ goffa mi ha abbracciata. Ero così disperata che mio padre non ha saputo far altro che abbracciarmi e io non riesco a ricordarmi l’ultima volta che è successo. Mi sono sentita piccola,una bambina. Ma anche spaesata e soffocata come in quegli anni bui neanche troppo lontani.

E ora le lacrime cerco di arginarle come posso. Poi verrà il vuoto-lo sento risalire da quegli angoli nasconti e putridi in cui l’avevo rinchiuso-e non uscirò più,taglierò i ponti con il mondo esterno e la sola relazione che mi rimarrà sarà quella con il mio letto. Ho già cancellato qualche amico da fb,così per il puro e perverso gusto di fare terra bruciata attorno a me. Gli sguardi altrui faranno sempre più male perchè assomiglieranno agli sguardi che io stessa poso su di me. E diverranno insostenibili. La voragine nel petto si ingrandirà a poco,a poco sino a quando mi verrà difficile fare anche le cose più semplici come lavarmi,alzarmi dal letto e respirare. Le alte mura che mi sono costruita inizieranno a soffacarmi e io tenterò di scalarle,rompendomi le unghie e cadendo milioni di volte.

Una volta,una sola,ci sono riuscita ad arrivare in cima.

Ma poi di che unghie sto parlando? Me le sono divorata,strappata,non rimane più nulla della mia sempre impeccabile manicure. È incredibile come si faccia presto a scivolare e cadere,anche se in effetti il capitombolo era già annunciato da tempo.

Non so a cosa aggrapparmi.

A te non posso,perchè so che scapperesti. Anzi so che scapperai perchè non vuoi una persona del genere al tuo fianco. Una persona sbagliata,non solo per te ,ma per il resto del mondo probabilmete. E vorrai una ragazza sempre sorridente, una senza ombre,senza fardelli. Perchè tutto ciò appesantisce,appesantisce la vita e si rischi di sprofondare. L’istinto di sopravvivenza ti dirà di scappare. Ascoltalo. Anche io scapperei da me se potessi.

V.

Joy Division -Love will tear us apart

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