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Il dio deli atei 

La prima cosa che mi sono chiesta è perché succeda propria a me. Ho incolpato i miei lati peggiori ed anche i migliori, ho detestato gli errori commessi, le parole gridate con cattiveria nel corso della mia vita, gli sgambetti, le bugie, i vestiti inutili che si accumulano nel mio armadio, la banalità di certi miei pensieri, la mia intransigenza, la mia anima inesistente. La verità è che colpa non c’è, né espiazione. Certe cose accadono e accadono non perché sia tu, ma semplicemente perché sei vivo, semplicemente perché la vita accade.
Vorrei avere l’abilità di descrivere ciò che si prova quando un primo gennaio qualunque il medico ti chiama e ti dice che nelle analisi qualcosa non va. Le sinapsi non connettono più e il corpo è invaso, inondato, soffocato da tutte le paure più profonde. All’unisono.
Ricordo ogni singolo dettaglio del tragitto da casa all’ospedale, ogni riflesso sui grattacieli, le nostre mani che si stringono e tu che mi chiedi: “A cosa pensi?”. Questa domanda che spesso fai, mi procura sempre un sorriso, ma non questa volta. Questa volta sono spaventata dai miei stessi pensieri.
Sono passati un po’ di giorni, altri esami sono stati fatti e noi attendiamo. La statistica è dalla nostra parte, il medico è fiducioso, tutto è dalla nostra. Ma quando si tratta di vita o di morte, il tutto non basta.
Proseguo come se nulla fosse, non dicendolo a nessuno, ma mi ritrovo piena di rabbia con il cuore che cerca di scappare dal petto.
Dieci giorni per i risultati. Poi altri cinque. Poi… Spero che una felicità immane mi attenda, non perché lo meriti io – qui non si tratta di me – ma perché è giusto così, perché deve essere così. Non saprei come reagirei a una situazione del genere: parlare di dolore è riduttivo, è qualcosa che va al di là del sopportabile, del guaribile, del superabile. Non sai come ne uscirai, cosa ti rimarrà addosso a torturarti per sempre e cosa alla fine ti scivolerà addosso.
A volte mi sorprendo a pensare al freddo della sala operatoria, alla voce dei medici che meccanicamente fanno ciò che devono fare, al rumore dei ferri che si alternano nelle loro mani scavando nel mio corpo.
Il dottore – un egiziano copto – mi dice di pregare. Da quando, casualmente, ha scoperto che sono atea ha iniziato la sua personale e non richiesta opera di conversione. Io ormai ci rido su: mi è capitato così spesso, e con confessioni diverse, che mi sento quasi onorata di tutta quest’attenzione. Lui la vede come una situazione perfetta per testare Dio. “Prega, non hai nulla da perdere”. La vita del credente è sicuramente più semplice: avrà sempre qualcuno cui affidarsi, qualcuno con cui arrabbiarsi, qualcuno cui tornare. Avrà una spiegazione a ciò che accade, non importa se non intellegibile: il piano divino. Il credente ha la certezza del controllo, anche se questo controllo non è esercitato direttamente da lui. Dottore mi domanda sconvolto a chi mi affido quando ho bisogno, quando mi trovo in una situazione difficile. Lo sgomento sul suo volto mi fa capire tutta la fragilità dell’essere umano, quella stessa fragilità che spinge a creare idoli e congiungere le mani. Io sono da sola. Se mi trovo nella merda o ci affogo o spalo, non prego perché qualcuno lo faccia per me. Sebbene ora la tentazione di rivolgermi a un Dio sia grande – impotente come sono in questa situazione, zittisco la bambina mandata a catechismo che è in me. Non posso arrabbiarmi con nessuno, nemmeno con me stessa, non posso trovare una spiegazione a quello che sta succedendo. Posso solo sperare e immaginarmi quel futuro che nemmeno sapevo di desiderare così ardentemente.
In questa piovosa e fredda Italia in cui sono momentaneamente tornata, non cerco Dio. Gli atei hanno altro, hanno la realtà: a volte atroce a volte bellissima. Gli atei non pregano, gli atei sperano e contano su ciò che possono vedere, toccare, sapere. Gli atei non sono vuoti, come qualcuno una volta mi ha detto: il loro sguardo non è rivolto verso l’alto, ma negli occhi di chi è come loro. Esseri umani, con limiti, difetti, impotenti di fronte alla Vita.

V.

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