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Nei panni di V.

Per lungo tempo per me le cose non accadevano mai realmente se prima non erano minuziosamente riportate su di un pezzo di carta. Litri di inchiostro su quaderni colorati per spiegare a me stessa la realtà. Ho sempre faticato ad avere contatto con quello che mi accadeva. Ad un certo punto la vita ha iniziato ad andare terribilmente veloce e non sono più riuscita a raccontare a me stessa la mia versione dei fatti. Il momento esigeva una risposta rapida, un’azione precisa e veloce priva di troppe elucubrazioni mentali. Ho iniziato a correre,correre e correre senza fermarmi per quasi due anni. Correvo senza guardare dove stavo andando, ma era impossibile fermarsi un attimo ed alzare lo sguardo.

Ora sto ancora correndo, ma il passo è decisamente più lento. Ogni tanto mi viene in mente la frase “se ti fermi muori”, no se ti fermi inizi a pensare e forse è anche peggio. Insomma sono qui perché ho un po’ perso me stessa. Ho dimenticato come si fa ad essere me, dopo che ho passato due anni a rivestire un’ infinità ruoli che mutavano ancor prima che potessi crogiolarmici un pochino.  Qui, in questo spazio virtuale, c’è sempre V. che mi attende.  V. mi ha dato tanto, anzi mi ha permesso tanto: attraverso questo pseudonimo ho potuto essere me stessa come non lo ero mai stata. Ho potuto esprimermi apertamente, cosa che per me è un evento più unico che raro. In questo momento mi piange il cuore nel vedere quanta fatica faccio a scrivere: le dita e l’animo sono un po’ arrugginiti. Ma voglio provare a trovare il tempo e la costanza per essere di nuovo V. perché un po’ mi manca. Ho voglia di raccontarvi dei viaggi che ho fatto, delle cose che vedo qui in BlingBlingCity,di quanto sia difficile essere come me nel tipo di vita che sto vivendo.
Ho voglia di essere ascoltata.

V. (che si spera sia effettivamente tornata)

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A te.

Prima o poi le cose vanno affrontate. Anche se non vuoi, anche se eviteresti volentieri perchè fa male.

Quando la chiave, all’ultima mandata, ha fatto scattare la serratura e la porta si è aperta ho sentito il peso dei ricordi annebbiarmi la mente. Era tanto tempo che non entravo in quella casa: il tempo era immobile, statico,non è stato toccato quasi nulla. Solo strati di polvere a ricordarti che ormai sono passati quasi sei mesi. Ogni cosa ha il tuo odore, ogni oggetto la sua, anzi la tua, storia. Non sapevo da che parte iniziare, cosa sistemare in quella enorme casa ormai quasi abbandonta.

Ad ogni passata di straccio, ad ogni scatolone sistemato, nella mia mente si organizzavano ed incastravan ricordi. La poltrona su cui ti sedevi per leggermi la Divina Commedia, i vocabolari di latino che sfogliavamo insieme e che mi assicuravano sempre un bel 10, le foto di noi nipoti e i nostri giochi che ci siamo passati di cugino in cugino. I tuoi occhiali pieni di nastro adesivo, i piatti ancora nel lavabo, le centinai di libri sparsi un po’ per tutta la casa,i tuoi vestiti ancora nell’armadio, i segni sul muro, il capello da Dartagnan con cui giocavo, le bambole vecchissime della zia, le cuffie per ascoltare la tv, il tuo pettine e i tuoi fermagli.

Era tutto li, come se tu non te ne fossi andata e dovessi tornare da un momento all’altro. Era tutto li, ordinato e pulito,come i ricordi. Era tutto li come se aspettasse di essere messo via.

L’utima volta che ho sentito la tua voce ti ho detto di no. Stupidamente perchè credevo di essere nel giusto, di proteggerti. Hai fatto i capricci come una bambina, forse lo sapevi che sarebbe stata la mia ultima occasione per essere una brava nipote. Ma io sono stupida: credevo di avere tutto il tempo del mondo. Viviamo nell’illusione dell’ immortalità nostra e altrui, perchè vivere diversamente  non sarebbe vita, ma solo terrore.

Poi sono rimasta sola in quella casa. E ho avuto paura. Non osavo avvicinarmi alla tua stanza, la mente gioca brutti scherzi. Lucidavo la credenza come si lucida la propria anima sporca.

Ho pensato spesso di venire al cimitero. Solitamente adoro questo genere di posti, spesso mi sono ritrovata sulla strada che porta li. Mi immaginavo percorrere quel viale sotto il sole cocente, sentivo perfino il caldo sulla pelle, il rumore dei sassolini sotto le mie scarpe. Poi improvvisamente la macchina è andata da un’altra parte. L’ultima volta che sono venuta, che poi è anche la sola, indossavo un piumino di due taglie più grandi. Sprofondavo nel suo abbraccio morbido,mentre il cappuccio mi cadeva sugli occhi. Salutavo mentalmente la signora seppellita nella tomba a fianco. Non si piange, dicevo. E non ho pianto, mai.

Abbracciate chi amate. Un giorno vi troverete a pulire la loro casa e a domandarvi dove avete nascosto tutto il dolore.

V.

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